INTERNAZIONALE

Da Sandino a Maurizio Gelli, la parabola di Ortega è servita

40 anni fa la rivoluzione che sfidò gli Usa nel loro "cortile". Storia di una tragica illusione
GIANNI BERETTAnicaragua/managua

Quarant’anni fa, il 19 luglio 1979 in Nicaragua, la guerriglia del Frente Sandinista (Fsln) entrava trionfante nella capitale Managua mettendo fine alla dinastia dei Somoza. L’istmo centroamericano entrò da allora (e per almeno l’intera decade degli anni ’80) sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo: con la cruenta guerra civile in El Salvador che ne seguì, condotta dal Frente Farabundo Martì (Fmln); e la lotta di liberazione dell’Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (Urng) in Guatemala.
Erano di fatto i peones delle piantagioni di caffè, cotone e canna da zucchero che si ribellavano dopo cinque secoli di sottomissione alle oligarchie della colonia spagnola. Con l’aggiunta (dalla fine dell’800) delle banane, merce che originò di fatto le prime multinazionali (statunitensi) della storia.
NEL DECENNIO che l’appassionante Revolución Popular Sandinista durò, decine di migliaia di giovani dell’emisfero nord-occidentale vennero in Nicaragua attratti dalle utopie di una rivoluzione dall’incerto profilo socialista, che si prefiggeva la creazione dell’Hombre Nuevo; basata sui principi di pluralismo politico, economia mista e non allineamento; e dove ben quattro sacerdoti cattolici erano ministri di governo.
Anche il sottoscritto attraversò l’Atlantico, per non tornare mai più del tutto; rendendosi conto sulla propria pelle di come, una volta perduto (loro malgrado) un pezzo del «cortile di casa», la preoccupazione primordiale degli Stati uniti (prima ancora di volerne recuperare il controllo, magari con la classica invasione di un tempo) fosse quella di far fallire il progetto stesso di una società più giusta che potesse contagiare il resto del continente.
Così che oltre all’asfissiante boicottaggio economico contro il Nicaragua, Washington convertì il confinante Honduras nella propria portaerei dove erano basati i contras antisandinisti. Mentre al contempo finanziava e addestrava gli eserciti repressivi del resto della regione, inaugurando la cosiddetta «guerra di bassa intensità». L’argomento era quello di arrestare l’espansione del comunismo. Del resto si era in piena guerra fredda. Così come diversi dei vari leader guerriglieri locali avevano una formazione marxista.
MA IN AMERICA LATINA non è stata l’ideologia a dare il via ai fermenti rivoluzionari bensì la non più rinviabile necessità di una riforma agraria. Non è un caso che la prima rivoluzione planetaria dopo la francese sia stata quella messicana del 1910, che anticipa quella bolscevica. Mentre la prima sollevazione nella Conca dei Caraibi non è stata la cubana del ’59; guidata peraltro da un Fidel Castro (proveniente dal nazionalista Partido Ortodoxo) ancora lontano da tentazioni socialiste. No signori. È stata la dimenticata Rivoluzione democratica dei giovani ufficiali del Guatemala del ’44 (di certo non comunisti); che dieci anni più tardi furono deposti da un golpe della Cia e della bananiera United Fruit Company, cui avevano espropriato alcuni terreni incolti.
Come a dire che il problema atavico nel Centro e Sud America è e resta la proprietà della terra. Di conseguenza la vera preoccupazione per gli Usa era quella di mantenere un ormai insostenibile status quo ereditato dai conquistadores; agitando a pretesto lo proliferazione del comunismo.
PER TORNARE AL NICARAGUA, la politica di aggressione della Casa bianca fu dunque la principale ragione dell’inaspettato disastro elettorale dei sandinisti in quel fatidico 25 febbraio 1990. Aggressione che nel 1986 era persino costata agli Usa una condanna per «terrorismo di stato» della Corte internazionale dell’Aja. Anche se ci furono errori nelle scelte e nelle pratiche della direzione del Frente; costretta dalle circostanze a una conduzione emergenziale e inevitabilmente autoritaria del paese.
La verità è che di fronte al rischio di un proseguo della guerra, la popolazione (rovesciando i sondaggi della vigilia) preferì votare a maggioranza Violeta de Chamorro (che poi comunque seguì una politica di pacificazione nazionale).
Del resto come avrebbe potuto essere altrimenti visto che l’insignificante Nicaragua si misurava allora con l’alleanza dei due uomini a quel tempo più potenti al mondo: Ronald Reagan e Karol Wojtyla? Con il papa venuto dalla Polonia ossessionato dal fare terra bruciata della (a suo dire) «sovversiva» Teología de la Liberación (ispirata al Concilio Vaticano II, che oggi papa Francesco cerca di riscattare); senza rendersi paradossalmente conto che in quel modo si stava convertendo nel primo complice della già avviata strategia Usa di penetrazione delle sette fondamentaliste nel sub continente più cattolico del pianeta?
Ma quella traumatica sconfitta, nel segreto dell’urna, in realtà fu l’opera maestra della Rivoluzione Sandinista: che, perse le elezioni, consegnò il potere. Consolidando per la prima volta nella storia di questo paese un incipiente processo di democratizzazione.
LA TRAGICA DISILLUSIONE doveva venire dopo. Il Fsln si divise rapidamente in due: da una parte coloro che intendevano battersi per tornare al governo alle elezioni successive (ed erano la maggioranza); dall’altra quelli che invece pianificarono un ritorno al potere a tutti i costi, per non cederlo mai più.
Prevalsero questi ultimi, i più ideologici, con Daniel Ortega alla testa, che via via epurò il Frente (una vera e propria "desandinizzazione" da un certo livello in su) da quei dirigenti di partito e funzionari del passato governo rivoluzionario (oltre che degli esponenti della cultura in blocco) che volevano preservare la connotazione plurale e democratica del sandinismo. Ne diventò così il padrone assoluto, da primus inter pares quale era stato dei nove membri dell’antica Dirección Nacional. Tanto che da lì in poi in Nicaragua è stato coniato il termine «orteguismo».
ANCHE FIDEL CASTRO, col suo socialismo tropical (non senza aver cercato prima, invano, un modus vivendi di rispetto reciproco con gli Usa) quel potere non lo ha più messo in discussione. Ma a che pro? Con i suoi livelli di educazione, sanità e uguaglianza Cuba si è guadagnata ovunque un grande rispetto; tenendo, nel bene e nel male, la barra dritta per tutti questi sessant’anni di sovranità nazionale. Anche se, a sole 90 miglia dalle coste degli Usa, la sovranità nazionale si è rivelata non compatibile con l’esercizio democratico. Perlomeno quello che abbiamo conosciuto noi nel secondo dopoguerra alle nostre benestanti latitudini (e oggi assai manipolato e scaduto).
Il “fu” comandante Daniel Ortega invece, dal suo ritorno al governo nel 2007 ha esercitato un controllo assoluto degli apparati dello stato esclusivamente per arricchirsi in proprio; realizzando da subito un’alleanza con la storicamente nemica oligarchia del Nicaragua (in cambio di esenzioni fiscali, sindacati compiacenti e i salari più bassi della regione); e riservando alla sua base sociale solo briciole di assistenzialismo. Fino a prefigurare, in un delirio messianico, una nuova dinastia: con sua moglie vicepresidente e i figli piazzati in posti nevralgici del regime. Mentre sul piano internazionale, al di là di retorici e opportunisti slogan antimperialisti (in quanto parte dell’Alleanza Bolivariana che lo ha foraggiato di dollari e petrolio fin che il Venezuela ha potuto) si è reso perfettamente compatibile con le ricette del Fondo monetario internazionale e con le amministrazioni Usa; diventando un neoliberista tout court.
FINO A CHE NON È SCOPPIATA a sorpresa l’inerme rivolta dei coraggiosi millennials nicas (i nipoti del General de Hombres Libres, Augusto Cesar Sandino) dell’aprile dello scorso anno; ferocemente repressa nel sangue da Ortega con centinaia di morti nelle piazze. Convertendo il Nicaragua di oggi in uno stato di polizia da far impallidire la stessa dittatura somozista. Con oltre 60mila nicaraguensi fuggititi in Costa Rica.
Nel frattempo nel resto del Centro America, che continua inarrestabile nella sua disperata migrazione verso nord (in fuga da una violenza e una povertà sconfortanti) il Guatemala e l’Honduras si sono convertiti di fatto in narco-stati. E nel Salvador l’ex guerriglia del Fmln è stata ridotta ai minimi termini alle urne (13%) dopo aver governato negli ultimi 10 anni nel mezzo di immense difficoltà ma anche di clamorosi errori. Come quello di aver espulso improvvidamente dalle proprie fila il suo giovane sindaco di San Salvador, Nayib Bukele. Il quale, sostenuto già al primo turno dalla stragrande maggioranza della sua generazione, dal primo giugno scorso è diventato a 37 anni il più giovane presidente della repubblica dell’America Latina.
È costato assai al sottoscritto, come a molti altri, farsi una ragione sul posto di tutto ciò. Con le critiche che ne sono seguite. Tanto da sentirmi talvolta nei panni in cui (immagino) si trovarono i nostri illustri fondatori de il manifesto, radiati nel 1969 dal Pci per aver criticato il "socialismo reale".
MA LA TRISTE VERITÀ è che Ortega ha tradito la sua rivoluzione; come nel 1934 Sandino fu trucidato da Somoza (allora capo della Guardia Nacional) subito dopo aver deposto le armi e sottoscritto la pace col presidente Sacasa.
E per chi nel nostro paese fatica ancora a credere che in Nicaragua si stia funestamente ripetendo la storia nel peggiore dei modi, basta richiamare la misteriosa nomina da parte di Daniel Ortega dell’italiano Maurizio Gelli (figlio del "venerabile" Licio) come proprio ambasciatore prima in Uruguay e ora in Canada, conferendogli (in cambio di che?) la preziosa immunità diplomatica. Allo stesso modo di quando Anastasio Somoza jr, nella seconda metà degli anni ’70 estese il passaporto nicaraguense a Roberto Calvi quando aprì a Managua l’Ambrosiano Group Banco Comercial.

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