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Cosa decide il Parlamento europeo, cosa può fare la sinistra

STEFANO LUCARELLI, ROBERTO ROMANOeuropa/strasburgo

Il dibattito politico e di politica economica in Italia, nei giorni delle elezioni dei parlamentari europei, non entra nel merito dei possibili strumenti operativi di cui l’Unione Europea si può dotare, ma si concentra su aspetti secondari o fuori dalle competenze dei parlamentari europei.
Un esempio: le elezioni del Parlamento europeo hanno poco a che fare con le decisioni che riguardano l’unione monetaria. I lavori del Parlamento non possono incidere sulla politica monetaria della Bce. L’eventuale riforma dell’Eurozona presupporrebbe dinamiche istituzionali in cui il ruolo dei parlamentari europei sarebbe limitato alla moral suasion.
Non sarà inutile ricordare ciò che i parlamentari europei possono fare: approvano, modificano o respingono le proposte legislative presentate dalla Commissione; decidono in merito agli accordi internazionali; decidono in merito all’adesione di nuovi paesi all’Unione; riesaminano il programma di lavoro della Commissione e invitano quest’ultima a presentare proposte legislative, infine eleggono il presidente della Commissione stessa.
La funzione legislativa del Parlamento viene svolta insieme al Consiglio dell’Unione – che non ha base elettiva e che invece riunisce, a seconda delle circostanze, i ministri competenti dei vari Paesi membri.
I parlamentari europei possono dunque avere anche voce in capitolo su aspetti specifici della politica economica europea, ma non sulla politica monetaria. Uno degli ultimi atti significativi svolti dal Parlamento uscente è stata la bocciatura dell'incorporazione del fiscal compact nel diritto dell'Unione europea lo scorso novembre. Si è aperto così uno spazio di discussione estremamente importante anche alla luce del fatto che la Commissione reclama l’applicazione di vincoli finanziari senza alcuna norma giuridica che li preveda. In termini ancora più chiari: i vincoli del fiscal compact non sono diritto comunitario, ma continuano ad essere esercitati pur in assenza di una normativa europea che li regoli.
La crisi economica che ancora rappresenta una realtà per tutta l’Unione, dove gli squilibri commerciali interni rischiano di ampliarsi alla luce del nuovo contesto internazionale che va delineandosi, si intreccia con la crisi delle istituzioni europee, dunque con la crisi del progetto auspicato dai padri fondatori. Un progetto lungi dall’essere realizzato. Accettando lo status quo come l’unico assetto istituzionale possibile, si pregiudica un qualsiasi ruolo significativo della stessa Europa nel consesso internazionale.
L’Unione europea ha bisogno innanzitutto che le sinistre attraverso i propri parlamentari sollevino la necessità di un bilancio più significativo, promuovano l’idea di una politica industriale e delle innovazioni comuni, riflettano sulla necessità di organizzare i trasferimenti delle risorse fra i Paesi membri per correggere gli squilibri commerciali e finanziari che caratterizzano il Vecchio Continente, contribuiscano a realizzare un equilibrio possibile fra capitale, lavoro e poteri pubblici. L’appuntamento con la Storia da cui dipende il futuro dell’Europa sta in fondo nella possibilità di realizzare una vecchia idea: un modello di crescita europeo in cui i bisogni insoddisfatti possano rappresentare un’opportunità per programmare ed innovare le relazioni economiche necessarie per una convivenza pacifica.
La sinistra, diversamente declinata, rischia di restare arroccata a difesa delle principali istituzioni del novecento, perdendo per strada la capacità di governare e indirizzare i grandi cambiamenti (inevitabili) verso orizzonti e caratteristiche sociali in cui l’uomo e la donna siano protagonisti come lavoratori, come soggetti sociali e depositari di una prospettiva di ben-essere.
Il Parlamento europeo nasce per misurarsi sui modelli di società possibili per l’Europa. Non si tratta di un esercizio a buon mercato per fare la lista della spesa, piuttosto è lo sforzo per costruire e progettare una società. È una sfida tanto più complicata tanto più lo Stato, il capitale e il sindacato hanno perso per strada la reciprocità e la necessità di un soggetto terzo capace di combinare gli interessi plurali.
In tutta l’Unione, non solo in Italia, ogni Stato rischia di essere ridimensionato ulteriormente dal lato delle risorse finanziarie, ma peggio ancora dalla smobilitazione della sua capacità progettuale; il capitale sta perdendo la sfida di struttura che impone l’innovazione tecnologica (le condizioni sui mercati internazionali non lasciano presagire nulla di buono neanche per la Germania, “troppo grande per guidare l’Europa, troppo piccola per guidare il mondo”); il lavoro, costretto tra capitale povero e Stati senza progetto, è diventato la vittima sacrificale per sperimentare le peggiori idee del neoliberismo.
Ci piacerebbe che la nuova stagione che comincia con il rinnovo del Parlamento fosse accompagnata da una discussione vera su questi problemi.

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