CULTURA

«Swinguerra», nella danza transgender accanto agli ultimi

In Biennale il film del duo artistico di Bárbara Wagner & Benjamin de Burca
ARIANNA DI GENOVAbrasile/ITALIA/VENEZIA

Risuona per i Giardini e buca i muri del padiglione brasiliano il ritmo scapigliato che incarna la colonna sonora del film Swinguerra. Il duo artistico di Bárbara Wagner & Benjamin de Burca ha deciso di entrare così nella storia del paese contemporaneo, con un ritratto affidato soprattutto al corpo e alla sua identità «mobile». Già con il corto Terremoto santo, portato in Berlinale, avevano indugiato sulla musica: il focus era l’industria del gospel, diventata così importante nella cultura rurale e avevano seguito la crescente evangelizzazione, indagando gesti e voci di un popolo che considera la fede un mezzo per il benessere economico. Questa volta, la parola «fisica» è presa in prestito dal mondo della danza.
«I corpi prevalentemente neri sullo schermo (molti dei quali di genere non binario) sono al centro delle dispute contemporanee sulla visibilità, i diritti legali e l’autorappresentazione», ha detto il curatore del padiglione brasiliano, Gabriel Pérez-Barreiro. È un concetto significativo per il vostro lavoro presentato a Venezia...
Proprio nelle ultime due settimane, una pubblicità del Banco do Brasil è stata ritirata dalla circolazione e il direttore del marketing licenziato. L’ordine proveniva dalle alte sfere del governo, dal presidente neo-eletto. L’annuncio era un normale tentativo di attirare le ultime generazioni a depositare i loro soldi in banca, mostrava giovani alla moda - con diverse tonalità di pelle - che si divertivano in strada e in discoteca. Lasciava intendere che la loro libertà fosse la conseguenza di una vita ben organizzata, tanto da possedere un conto in banca. Ma lo spot è stato preso di mira perché accennava alla fluidità di genere: una persona transgender, con un cellulare in mano, si scattava con orgoglio un selfie, sentendosi bene nella propria pelle. Aveva conquistato il suo posto nella società. Quella pubblicità non era poi così diversa da altre di aziende come la Coca-cola o la Nike, nate per commercializzare prodotti rivolti alle nuove generazioni, ma il Brasile in cui ci troviamo a vivere ora ha pensato che fosse passibile di censura. Abusi di potere e errori di valutazione stanno diventando la norma. Non a caso gli attacchi ai membri Lgbtq sono in aumento.
Il film Swinguerra è il risultato di una ricerca iniziata nel 2015 in un clima politico molto diverso. Siamo tornati a lavorare su quel tema alla fine del 2018, mentre concorrevamo per rappresentare il Brasile a Venezia. I gruppi danzanti provengono da settori marginali della società, quelli che non hanno il famoso conto in banca.
Per essere accettati sono costretti a pratiche quotidiane che determinano l’appartenenza a una comunità. Contro ogni standard di presunto buon gusto, colmano il divario tra le loro difficoltà economiche e il pregiudizio sociale proprio ballando e mettendo in scena le aspirazioni per il futuro.
Perché può essere così rappresentativa una danza popolare come la «swingueira»?
Swinguerra (titolo del lavoro in Biennale) è composta dalla parola «swing» in combinazione con «guerra». Non va confusa con swingueira, la forma di musica e danza al centro del film. Questa si basa su un ritmo frenetico prodotto con una forte inclinazione verso le percussioni, accompagnato da testi lascivi che metaforizzano i rapporti sessuali. Piena di allusioni erotiche, si presta a coreografie veloci che esprimono sia i movimenti del sesso che le crudeltà disseminate nella vita di tutti i giorni.
Recife ha metabolizzato la danza attraverso i canali televisivi locali e c’è stato un fenomeno di «impollinazione trasversale»: una serie di variazioni ha trasformato l’intenzione originale in danze collettive sincronizzate, eseguite in specifiche competizioni annuali di swingueira, dove si attua un processo di autoregolamentazione. Si svolgono in periferia e nello stato di Pernambuco; sebbene queste gare richiedano molti sforzi ai partecipanti, il guadagno materiale è inesistente. Non vi è alcun sostegno del governo e pochissima copertura mediatica. Chi si esibisce nelle competizioni in genere è giovane, ha bisogno di un alto livello di esuberanza. I ballerini provengono dalle regioni periferiche di Recife, il che significa che appartengono agli strati sociali più trascurati e sono, molto spesso, di genere fluido - interi gruppi di cinquanta o sessanta persone sono al 100% non binari o transgender.
Il Brasile è abituato a vivere periodi complessi, di tensioni sociali e culturali. È stato sempre così, l’attuale clima politico e religioso non fa eccezione, è la regola. L’unica eccezione che sembrava indicare la possibilità di una società più giusta si era manifestata con il governo di Lula e le sue campagne per monitorare i cittadini più svantaggiati e il loro accesso all’istruzione, anche i diritti di lavoro / vita per le donne. Il Brasile è un immenso territorio che deve ancora risvegliarsi dal suo violento passato coloniale e vincere la lotta per venire a patti con se stesso. Il film Swinguerra vuole contrapporre speranze a incubi, mostrare una strada per abbattere le catene ideologiche liberando la pura vitalità e lasciando che la bellezza realizzi sogni migliori.
Il paese guidato da Bolsonaro, però, ha abbandonato ogni utopia e sta attraversando una fase storica preoccupante...
Paradossalmente, l’attuale presidente verrà dimenticato in pochissimo tempo. Luiz Inácio Lula da Silva invece sopravviverà fino a quando gli esseri umani avranno la capacità di ricordare correttamente la propria storia. Certo, se permettiamo a Bolsonaro di continuare ad abusare del potere (e ai suoi simili che stanno proliferando sul palcoscenico mondiale), allora la memoria sarà corta.
La democrazia è minacciata poiché le multinazionali appoggiano i leader neoliberali, impiegando la psicometria per poter contare su una base di votanti vulnerabili. Utilizzano anche aggressivamente le piattaforme di social media per contrastare e destabilizzare i diritti umani in favore del loro guadagno. Viviamo davvero in tempi interessanti (come recita il titolo della Biennale di Rugoff, ndr) ma dobbiamo lottare più duramente, insieme, per sostenere «il nostro tempo» su questo pianeta.

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