CULTURA

Il totem mortifero di un apartheid che ci riguarda

BIENNALE DI VENEZIA
ARIANNA DI GENOVAitalia/venezia

È arrivato su una chiatta partita dal porto di Augusta in Sicilia, con la sua pancia squarciata, la stessa che ha provocato almeno settecento morti e dispersi, salvandone solo ventotto dal naufragio. Non poteva navigare quel peschereccio libico che si è trasformato in un inaudito cimitero nelle nostre acque e poi il suo scheletro è stato conservato per anni in un hangar refrigerato. È ormai un relitto drammatico e oggi diventa un gigantesco reperto della memoria che va a «spiaggiarsi» all’Arsenale, luogo di antica sapienza marinara, vicino alla gru del XIX secolo e alle mani che «fanno ponte» di Lorenzo Quinn.
UN ALTRO PEZZO di archivio di questa rassegna che colleziona – in impressionante quantità - fossili, ossa, scarti e presenze marginali della storia, comprese le popolazioni in fragilità esistenziale come Inuit e Sami. Scrostata, arrugginita (era il 2015 quando avvenne la tragedia), la barca non interrompe l’andirivieni dei visitatori della 58/a Esposizione internazionale d’arte di Venezia: in molti la guardano distrattamente, qualcuno la fotografa per il suo aspetto imponente, non tutti conoscono la sua storia e la nave può sembrare una delle tante che la Laguna custodisce.
A volerla per la mostra del 2019 è stato il curatore americano Ralph Rugoff che ha accettato il progetto dello svizzero Christoph Büchel , l’enfant terrible che già aveva smosso le acque con la sua moschea dentro la chiesa di Santa Maria della Misericordia, qualche anno fa. Lì era intervenuto il Tar del Veneto per la chiusura immediata, qui invece Barca nostra (questo il titolo dato dall’artista) è sotto attacco da parte dei leghisti in piena campagna elettorale per le europee. Gianantonio Da Re, candidato a Bruxelles sotto direttissima nomina di Salvini, ha fatto sapere che non metterà piede né all’Arsenale né ai Giardini, si è prontamente vantato di «non capire l’arte politica» e ha rilanciato il refrain governativo: «fermare il flusso dei migranti».
In un momento complesso e di disordine costituzionale, in cui la barra dei principi che hanno costruito così faticosamente uno stato democratico vacillano ogni giorno (basti spostare lo sguardo al Salone di Torino), ricondurre il pensiero a quel tappeto di cadaveri in cui si è trasformato il Mediterraneo, è un atto culturalmente attivo. Il suo ancoraggio «invita solo a un grande silenzio e alla riflessione», ha detto Paolo Baratta, presidente della Biennale. «Viviamo in tempi interessanti» recita il titolo della mostra, ma certo molto confusi e difficili. Così contro la tentazione dell’oblio che pacifica le coscienze, quella barca viaggia e si fa monumento – in contrasto aperto con gli yacht ormeggiati nelle vicinanze - per una catalogazione (interiore, ognuno in cuor suo) di corpi che non siano solo numeri anonimi inghiottiti tra le onde.
LA NAVE, dopo il naufragio e il suo recupero, era stata trasferita dal Ministero della difesa al comune di Augusta per la creazione di un Giardino della memoria dove il relitto fosse protagonista, un dispensatore del ricordo, con la sua dolente fisicità avvizzita, svuotata di vite umane.
Un po’ come è accaduto con l’aereo di Ustica nel progetto di Christian Boltanski a Bologna. Sono oggetti-segnali che possono assumere sulla loro «pelle» il senso di un passaggio di testimone fra generazioni, non feticci elettorali da impugnare a piacimento. Quello che Büchel ha consegnato alla comunità dell’arte è un barcone dove si è consumato un genocidio, il totem mortifero di un apartheid in cui molti governi si riconoscono. Ne troviamo traccia in Biennale con il Sudafrica che non dimentica, con l’India che rende omaggio a Gandhi, con il Cile che allestisce un «teatro dell’egemonia».
E NE TIRIAMO le conseguenze con il magnifico film di John Akomfrah presentato dal padiglione del Ghana, paese che alla sua prima partecipazione veneziana si assume la responsabilità di prelevare le tracce del passaggio umano su questa terra. Four Nocturnes è un’installazione immersiva su tre schermi che narra - in maniera potente, come un’enciclopedia infarcita di paragrafi lirici - la perdita di ogni cosa, le migrazioni forzate, le guerre, la distruzione dell’ambiente. E documenta il più grande fallimento simbolico della nostra specie: il rapporto fra uomo-elefante. Animale, non a caso, che la leggenda vuole di lunga memoria, un conservatore senza scampo dei disastri compiuti.

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