VISIONI

Tre allegri ragazzi morti aprono lo sportello dedicato agli invisibili

«Sindacato dei sogni», dieci nuove canzoni per sfuggire alle asperità del vivere quotidiano
LUCA PAKAROVITALIA

I Tre Allegri Ragazzi Morti ormai possono fare ciò che vogliono e le nuove idee, anche se arrivano dal passato, funzionano come qualcosa di fresco. Il Sindacato dei sogni è un titolo accattivante ed evocativo (ok Dream Syndicate) eppure coeso a testi piantati nella realtà. Ci sono alcuni passaggi che sono cazzotti, tipo in Calamita: «Agli operai del Ghana/li hanno mandati a casa/ma dimmi in quale casa»; o in Non ci provare: «Sono il nero che ti fa paura», con un chiaro riferimento al clima politico. Enrico Molteni, bassista e fondatore dell’etichetta La Tempesta, mette la speranza nella musica: «Mi piacerebbe poter dire che viviamo tempi eccellenti, come facevano in modo provocatorio i CCCP negli anni Ottanta, ma non credo sia così. Abbiamo sempre cercato di portare avanti un’idea di libertà che oggi rischia di venire vanificata in un soffio, non è facile orientarsi, c’è un gran casino là fuori. Il Sindacato dei sogni è lo sportello dove puoi andare a chiedere una mano quando ti senti perso, è il rifugio dalle asperità della quotidianità; lo abbiamo fondato il 25 gennaio 2019 e ti puoi iscrivere schiacciando play o venendo ai nostri concerti».
I TARM con questo album ripercorrono in parte a ritroso 25 anni di carriera, trovi il romanticismo velato d’ironia, brani rivolti a figure femminili e alla loro città, Pordenone, come in Calamita, con il lato autobiografico funzionale a storie in cui riconoscersi: «Se ricordi nel 2001 abbiamo scritto una canzone intitolata Prova a star con me un altro inverno a Pordenone nella quale cantavamo la voglia di scappare dalla nostra città, di lasciare la provincia. Calamita è il secondo tempo di quella canzone, in cui invece si canta il piacere di tornare nella propria città, nonostante il freddo e la gente assurda che si incontra nei bar di notte».
C’È LA PSICHEDELIA, il pop, certo il rock e il prog, suoni che li hanno caratterizzati al principio, ancora compatti e vitali. Il disco, registrato all’Outside Inside Studio di Volpago (TV), è permeato di qualcosa di bucolico, una piacevole sospensione: «Il disco è nato come dovrebbero nascere i dischi: suonando insieme. È praticamente suonato in diretta, senza editing al computer che spesso tende a plastificare il suono. Lo studio sul Montello è magico, una casa nel bosco dove abbiamo suonato, mangiato e dormito per qualche settimana, al mixer e alla cucina c’era Matt Bordin col quale abbiamo prodotto il disco. Una passeggiata tra i vitigni di prosecco, uno sguardo ai monumenti della Prima Guerra Mondiale, e poi ai nostri strumenti per ore con la musica psichedelica della west coast americana dei primi anni Ottanta in testa».
Una ceramica italiana persa in California è il pezzo forse più inaspettato, che rinnova e allo stesso tempo rimarca la musica dei TARM in 12 minuti quasi interamente strumentali: «Davide aveva voglia di avvicinarsi al kraut rock, alla musica cosmica, e così abbiamo trovato questo intreccio tra il basso in tre e la batteria in quattro che tende a spaccare il cervello, soprattutto se lo suoni per più di dieci minuti di fila. Poi Matt Bordin ci ha messo sopra dei sintetizzatori vintage assurdi, Davide ha aggiunto un testo breve ma molto intenso, francescano direi, ed è venuta fuori questa canzone. Il titolo è in realtà un tributo alla copertina del disco, il videoclip sarà una meraviglia in animazione firmata da Marco Pavone».
PER CHIUDERE parliamo della loro peculiarità, la maschera, che ultimamente sempre più rapper, e non solo, utilizzano. Alcuni dicono che la ragione sta nell’essere anonimi nell’epoca dell’ipervisibilità, mentre i volti dei TARM sono noti, domando se qualcosa è cambiato nel modo di salire sul palco: «Internet è la più grande rivoluzione dei nostri tempi, tutto è diverso e tutto continua a mutare costantemente e sempre più velocemente sotto i nostri occhi. Detto questo, alcune dinamiche rimangono a mio avviso invariate: scrivere una canzone e suonarla di fronte ad altre persone è un evento che si ripete da centinaia di anni e tutto sommato rimane uguale. Se poi volevi sapere se Salmo ci ha rubato la maschera da teschio: sì, l’ha dichiarato in una vecchia intervista».

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