CULTURA

Compagni inanimati, un teatro degli affetti tra madri e amanti

GEOGRAFIE SENTIMENTALI - Intervista con la fotografa americana Jamie Diamond, in mostra presso l’Osservatorio Prada con «Surrogati»
ARIANNA DI GENOVAUSA/ITALIA/MILANO

Cinque volte matrigna per un caso della vita che l’ha portata a prendersi cura dei figli dei suoi due compagni, KYM diventa un’affiliata alla comunità delle Reborners sull’onda di un desiderio struggente e per porre un argine alla sindrome da nido vuoto, una volta che i ragazzi sono cresciuti e volati via. Qualcuna (sono quasi tutte donne le performers) cerca il volto e il corpo di un bambino scomparso prematuramente; altre, semplicemente lasciano che la loro fantasia materna si spogli dell’astrattezza e s’incarni in un bambolotto iperrealistico, realizzato in silicone, talmente somigliante a un infante vero da ingannare chiunque. Soprattutto loro stesse, protagoniste di un gioco di ruolo che si trasforma in esistenziale.
Ugualmente (e questa volta molti invece sono uomini), le dolls non più infantili e diventate adulte finiscono per vivere lo stesso quotidiano domestico dei loro possessori, condividendo serate tranquille davanti la tv, malinconie strazianti, focosi riti erotici.
È IN QUESTO LIMBO in cui il tempo si sospende e l’esorcismo della morte si ammanta di un presente eterno che possiamo inquadrare la mostra Surrogati, un amore ideale presso l’Osservatorio Fondazione Prada a Milano (a cura di Melissa Harris, fino al 22 luglio). Qui attraverso una selezione di quarantadue immagini delle fotografe americane Jamie Diamond e Elena Dorfman si entra nel mondo dei «compagni inanimati» (neonati o amanti di presunta lunga data), infrangendo ogni tabù del concetto di famiglia. Spesso umani e surrogati si mescolano, dando luogo a un allargamento sentimentale che prevede la vicinanza stretta tra fratelli reali e bambole reborn. Nessuno di questi attori e attrici degli affetti vuole essere archiviato come un alieno personaggio del teatro della solitudine contemporanea.
MENTRE DORFMAN si è concentrata sull’intreccio amoroso e le alchimie di coppia, in Forever Mothers e Nine Months of Reborning, Jamie Diamond (Brooklyn, Usa, 1983) ha documentato l’everyday materno della comunità, vincendone la ritrosia. «La figura della madre e i ruoli di genere, sia sociali che biologici, che abbiamo ereditato mi hanno sempre stimolata - spiega l’artista -. Il tema l’ho sviluppato in due cicli di lavori, I Promise to be a Good Mother e Mother Love. Il primo è una serie basata sull’autoritratto: la bambola mi serviva per rappresentare un bambino immaginario. Ho agito come soggetto e fotografa, indossando la maschera della maternità. Il progetto si è ispirato a un diario che scrivevo da ragazza: una sorta di testimonianza della relazione con mia madre. Nelle mie intenzioni, doveva essere un quaderno di appunti sulle regole per la vita futura. Volevo interrogare gli stereotipi, senza trascurare le paure e le contraddizioni che si manifestavano al pensiero di diventare madre, essere una brava genitrice, oltre che un’artista».
DIAMOND, PERÒ, non si è fermata qui. Qualcosa è scattato dentro di lei e mentre il suo progetto prendeva forma, nell’inseguire un bisogno di realismo sempre maggiore sono entrate in scena le bambole reborn.
«Cercavo su eBay un prodotto da adattare alle mie esigenze e nel 2010 ho saputo dell’esistenza delle Reborners, artiste autodidatte che realizzano, collezionano e interagiscono con bambole iperrealiste. Si dividono in creatrici e collezioniste, spesso sono entrambe le cose e si danno appuntamento in convention annuali per comprare e vendere i loro prodotti. Gli acquisti delle bambole sono considerati vere e proprie adozioni e, al di fuori dei meeting, avvengono online grazie alle «nursery» che i produttori mettono su eBay (corredando ogni reborn di una storia fittizia, ndr). All’inizio, volevo semplicemente procurarmi una bambola appropriata per il progetto I Promise To Be A Good Mother, ma quando ho avuto modo di conoscere meglio questa comunità sono rimasta affascinata. Mi ha colpita la loro perizia nel realizzare bambole così dettagliate, ma anche l’impegno nel declinare il loro rapporto simbolico madre/figlio. Sono andata alla mia prima convention Reborn nel 2011, in North Carolina. Fu allora che nacque la scintilla. La comunità è sempre stata molto fraintesa e i media non hanno perso occasione di sfruttarla: la sua pratica veniva giudicata come un comportamento bizzarro, votato all’emarginazione. Di conseguenza, ogni reborner era comprensibilmente diffidente nei confronti degli estranei che arrivavano con telecamere al seguito. Io, però, non volevo dar vita a un saggio fotografico vago o strumentale. Dopo la convention del 2011 ho passato l’anno successivo a studiare e registrare la loro attività, lavorando con le singole produttrici e con le collezioniste, scattando foto. Alla fine, quelle bambole - feticci del comportamento condiviso di una comunità - create con così tanta abilità e dedizione, erano diventate il soggetto più seducente».
SE ALLA FOTOGRAFA si chiede perché si sia rivolta soltanto alla maternità, risponde che non è proprio così, dato che il suo lavoro «indaga quelle finzioni che svolgono un ruolo di primo piano nella nostra realtà quotidiana. Il mio strumento è la fotografia e l’intimità è il veicolo per squarciare il velo sui valori e le aspettative sociali, di genere. Mi interessa il ruolo della fotografia nella costruzione del mito personale e la fabbricazione della memoria, soprattutto la perenne disparità tra immagine e realtà».

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