VISIONI

Massimo Volume e quella sottile inquietudine del rock

La band bolognese guidata da Emidio Clementi pubblica un nuovo album: «Il nuotatore»
LUCA PAKAROVITALIA

«Perché non si chiede mai la carta d’identità a uno scrittore o a un pittore? Roth scriveva libri a 75 anni e nessuno gli ha mai detto: sei vecchio. Mi piacerebbe fosse così anche per il rock». Questa è la domanda che Emidio Clementi si pone durante la nostra intervista in occasione dell’uscita del nuovo disco dei Massimo Volume, Il nuotatore (42 records). Torna l’inquietudine sottile della band bolognese, con un disco che non si concede all’inutile, dove nulla è didascalico e in cui vige un vivificante senso di unicità. Perché ogni lavoro ha una matrice sempre riconoscibile anche grazie all’immenso Egle Sommacal e alla batteria di Vittoria Burattini.
NESSUN SINGOLO, nessuna anteprima né video, e l’inconsueta pubblicazione a ridosso di Sanremo, con la band ridotta a 3 elementi: «Facciamo pochi dischi e c’era già attesa, Colasanti di 42 records ha avuto l’idea di uscire alla maniera degli anni ‘70. Se aggiungi la band a 3, alcuni ci hanno visto una presa di posizione in cui immaginava noi, puri e duri, che ci opponiamo all’avanzata barbara della musica di oggi o della troppa elettronica… Mi sono sembrate valutazioni non tanto legate al disco ma al momento storico. Oggi l’ebbrezza di un album si brucia in due giorni, il venerdì dell’uscita, dopo l’abbuffata di recensioni, mi sentivo svuotato, avevo come l’impressione di trovarmi il cadavere del disco in mano e mi sono domandato: e adesso che succede? Sono contento che al manifesto arriviate un po’ più tardi... (ride, ndr)».
È UN LAVORO controcorrente che richiede concentrazione, i pezzi sono pregni d’esistenzialismo, bisogna ascoltarne la musica ma anche percepire l’atmosfera, con le parole che sembrano sciogliersi nella musica: «È un disco faticoso, manca quella botta elettrica che ti permetteva di arrivare alle parole con meno compromessi, però ho lavorato parecchio nel recitato, mettendo più rime e abbiamo azzeccato qualche ritornello. La direzione, anche sulle ritmiche, era di essere più seducenti». I personaggi che ci vivono dentro sono vicini e al contempo distanti all’immaginario di oggi, quello della solitudine ma zeppa di stimoli. Mimì ha scritto i testi dopo aver ricevuto i brani, il riferimento al racconto di Johnn Cheever Il nuotatore è una rivisitazione messa in forma di canzone: «Avevo buttato giù un paio di cose che mi ricordavano il racconto di Cheever e ne ho fatto una riduzione per il brano. Nel cinema succede tante volte, aggiungi un paio di frasi collegate al testo e l’ambientazione diventa quella di un provincia italiana. È un omaggio ma anche due passi se non davanti al racconto, almeno di lato. Solo per l’idea a un certo punto mi sono sentito Coppola che gira Cuore di tenebra nel Vietnam». Fred è un brano struggente in cui Mimì parla con Nietzsche per alleggerirgli la sofferenza, è il caso di dire come un amico umano, troppo umano: «La forza delle sue parole contrasta con chi lo descrisse gentile, fragile e attento alla dieta. Questa lettura può essere esotica finché non immagini un tizio che nel giugno 1884, a Venezia, lo incontra per strada e ci scambia due parole».
LA SCENA è stravolta, il pubblico diverso, dai primi riscontri i MV restano un punto saldo malgrado siano meno spigolosi: «Fino ad Aspettando i barbari i gruppi erano quelli degli anni ’90. Siamo stati dubbiosi sul risultato anche quando abbiamo saputo che i dischi in edizione limitata erano finiti prima che uscisse il disco. Credo che l’essere arrivati in un momento di trasformazione ci abbia fortificato, tuttavia ho paura del momento in cui non riuscirò a dialogare più col mondo. Spero di aver allontanato almeno per un po’ questo momento».

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