VISIONI

Da Lampedusa a Sanremo, Motta corre tra gli ultimi

Il cantautore toscano porta al festival «Dov’è l’Italia»:«Preferisco rischiare dicendo come la penso»
CECILIA ERMINIitalia/sanremo

Dov’è l’Italia, scritto senza il punto interrogativo, non è né una domanda né una vera e propria affermazione. Sta lì, in sospeso, fra le righe di una delle canzoni più potenti e politiche di questo Festival di Sanremo appena cominciato. Motta, cantautore toscano vincitore di due premi Tenco, ha composto questo brano durante un viaggio, prima a Lampedusa e poi a New York ma è stata l’isola a regalargli quella scintilla in più: «Grazie alla storia che mi ha raccontato tale Enzo, marinaio di un caicco. A Lampedusa ho conosciuto dei supereroi, persone eccezionali che hanno accettato l’idea del diverso, abbracciando culture differenti ma è una storia che preferisco non raccontare perché direbbe troppe cose sulla canzone e ho fatto molta fatica a restare sul filo dell’ambiguità, per non entrare troppo nel dettaglio, ma non come mancanza di presa di posizione, anzi, il contrario. Non mi sento rappresentato politicamente da nessuno ma soltanto dalle persone educate».
COME QUELLE che Francesco (il suo nome vero) ha incontrato a Lampedusa: «Il disincanto che c’è nel pezzo è anche accorgersi che appena esci di casa non tutti sono proprio ’educati’, parlo di educazione civile». Motta, non teme, come tanti colleghi dopo il caos post conferenza stampa di Baglioni, di guardare in faccia la realtà, e ’denunciare’, non solo con la sua musica e le sue parole, ma anche con le sue affermazioni, lo stato di salute del Paese: «Prendere posizione è fare politica, capire dove stai è fare politica, penso che in qualche modo, nonostante abbia inciso solo due dischi, un’idea di come la penso l’ascoltatore se la fa, quindi anche parlare o nominare qualcosa come l’amore è una presa di posizione forte, è un mettersi in gioco come aver voglia di cambiare idea. Non avere paura del viaggio, del movimento verso qualcosa di diverso da te è prendere una posizione».
NON TEME le ripercussioni che possono avere dichiarazioni «senza filtri» in questa concitata fase politica: «Ho voluto rischiare e giocarmela, dicendo come la penso, nonostante i tempi che corrono, perché fa parte di me, della mia istruzione e del mio Dna. Anche se esporsi non porta mai nulla di buono, è molto più efficace non dire nulla, perché non si rischia di non essere compresi e mi riferisco sempre ad un discorso sociale, non politico».
E SULLA VICENDA del polverone suscitato dalle dichiarazioni di Baglioni sulla questione migranti, dice: «Le sue parole sono state perfino strumentalizzate, lui non ha detto niente di politico, ha solo espresso un pensiero umano, ovvio e comprensibile». A questa partecipazione non seguirà il consueto «vecchio» album - Vivere o morire uscito nell’aprile dello scorso anno - «gonfiato» da un paio di inediti ma unicamente il singolo, con la splendida copertina della fidata fotografa Claudia Pajewski che rappresenta un’Europa senza stivale, come se fosse inghiottita dallo stesso mare che si sente all’inizio della canzone.
«Nessun repackaging, avevo l’urgenza di presentare questa canzone perché è l’unico brano, di tutti quelli che ho fatto, che avrei portato a Sanremo. Sento una grande responsabilità quando scrivo canzoni e forse, in questo caso, è stata portata all’eccesso. Per questo non trovo il senso di inserirla in Vivere e morire. Il mio disco dello scorso anno, ha vinto il premio Tenco e se ci fosse stata Dov’è l’Italia sarebbe stato un altro progetto, con un’altra copertina. Non trovo il senso di rimescolare quelle carte vista la fatica che faccio a finire i miei album.»

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