REPORTAGE

Triste Brasile. C'era una volta Porto Alegre

LUCIANA CASTELLINAbrasile/rio de janeiro

Non ci venivo da quando si passava di qui tornando da Porto Alegre, prima di riprendere l’aereo per l’Italia. Erano i tempi dei Forum Sociali Mondiali, inizio del millennio. Rio de Janeiro era sempre assolata e la spiaggia di Copacabana sempre meravigliosa. Ma forse la ricordo così perché eravamo contenti: a Porto Alegre avevamo incontrato il mondo ed eravamo sicuri che «un altro era possibile».
ED ERA VERO! Lula, l’operaio metalmeccanico di São Bernardo, la periferia della classe operaia di São Paulo, era diventato presidente nientemeno che di un paese di 210 milioni di abitanti, uno dei "Bric", quasi alla pari con i G8! Non era la prova che la fantasia poteva davvero andare al potere?
Ora sono melanconica davanti a questo mare che sembra un fiordo norvegese - per via della stagione tropicale che fa piovere nella primavera australe, il nostro autunno - ma più probabilmente è solo perché ora a mettere piede in Brasile ti assale una tristezza che prende alla gola. Pensare che Lula è in carcere a Curitiba mi strugge il cuore; e non riesco a convincermi che le recenti elezioni hanno bruciato la più bella esperienza dell’America Latina ed eletto presidente uno come l’ex capitano Jair Bolsonaro.
UN NUOVO GOLPE MILITARE? Non proprio – è stato votato dal popolo sovrano, no? – ma ci somiglia. Ma poiché non è stato un golpe la gente è spaventata e stordita, ma sembra non aver ancora preso atto. In fondo non è stato arrestato nessuno, c’è stato un voto, il Parlamento funziona, e il vincitore riceve pure gli auguri di Trump e Salvini. (Forse oggi non c’è più bisogno di ricorrere ai militari, basta il sistema-mondo).
Eppure Bolsonaro non ha nascosto le sue intenzioni: in 10 giorni ha avuto tempo di ribadire i suoi progetti pre-elettorali, del resto già avviati da Temer, oggi crudamente illustrati da Paulo Guédes, ex docente dell’Università cilena di Pinochet e ora prossimo ministro dell’economia: privatizzare tutto; abolire il Ministero del lavoro, perché «i diritti dei lavoratori impediscono la piena occupazione» ( è quello che sostiene il jobs act, in fondo, ma detto così chiaramente fa più impressione); riformare il sistema pensionistico introducendo una capitalizzazione contributiva retroattiva che farà rimanere più della metà degli aventi diritto in miseria.
E POI, AL DI LÀ DELL’ECONOMIA: catalogazione di movimenti e ong per consentire al governo di indicare quali considera «terrorista» (già sotto tiro i Sem Terra); in barba agli articoli 232/3 della Costituzione, vietato ogni riconoscimento di proprietà delle terre agli indigeni; estensione dei casi in cui la polizia non è punibile per i suoi atti (sebbene la sua "efficienza" ”sia già massima: nel solo 2017 di cittadini, quasi tutti giovani neri, ne ha ammazzati 5.144); e, naturalmente, libertà a tutti di armarsi.
Inoltre: «Scuola senza partito» (per «eliminare il marxismo», dice Bolsonaro ) e cioè divieto ai docenti di «enunciare opinioni, concezioni politiche e ideologiche, e questioni relative agli orientamenti sessuali» o all’«ideologia di genere» (il femminismo da ora in poi vietato per legge, nonostante, o forse proprio perché, è il movimento attualmente più forte e vivace!). Bolsonaro è già andato a controllare personalmente gli esami di stato delle scuole superiori in corso per vedere che non venga chiesto agli studenti niente di brutto. Ed è già cominciata da parte dei rettori più volenterosi l’epurazione di molti docenti.
I due figli parlamentari del presidente appena eletto hanno osservato, per parte loro, che il Patto climatico di Parigi è una «farsa» e bisogna uscirne come ha fatto Trump; e che se il Parlamento lo impedisce «destabilizzando il paese lo metteremo in riga».
HO SEGUITO IN TV la seduta della Camera e del Senato, una curiosa immagine transitoria del Brasile, perché, sebbene le elezioni si siano tenute già da un mese, si trattava ancora delle vecchie Assemblee, visto che le nuove entreranno in funzione solo il 1° gennaio prossimo (la «bancada evangelica», "scuderia" del nuovo presidente come qui viene chiamata, con i suoi 84 deputati doc, non ha ancora fatto il suo ingresso, né le altre decine di deputati indirettamente controllati da questa fanatica branca cristiana che ha galvanizzato un bel pezzo del paese. Una bomba che ha aumentato l’affiliazione a questa chiesa del 61% in dieci anni. Anche per colpa - dicono in molti - di Papa Wojtyla, che ha distrutto la teologia della Liberazione, lasciando un vuoto che papa Francesco non ha avuto il tempo di colmare.
Sebbene non ancora in carica, il nuovo presidente era già lì (è deputato da ben 27 anni!), e poiché era l’anniversario della nuova Costituzione varata nel 1988 dopo la dittatura, ne ha mostrato il testo e ha giurato di rispettarla, malgrado avesse poco prima dichiarato il contrario. Qualcuno – il potere vero è sempre più assennato dei suoi improvvisati paladini – deve avergli consigliato prudenza, in circolazione ci sono ancora troppe Onu, Diritti umani, ecc., meglio "tenersi", tanto andar oltre non serve più.
INTORNO, NELLE DUE AULE, i deputati (hanno quasi tutti nomi italiani!), tutti molto vocianti, sembravano non essersi accorti più di tanto di quanto accaduto. (E che hanno contribuito a che avvenisse). Silenziosi, invece, solo quelli del Pt , che ancora non si sono ripresi dalla batosta. E che tuttavia, nonostante la sconfitta alle presidenziali, risultano ancora il partito più numeroso della Camera, 56 deputati contro i 52 di quello di Bolsonaro.
Presenti nei due rami del nuovo Parlamento, rispettivamente 25 partiti al Senato e 30 alla Camera, di cui ben 17 non superano i dieci rappresentanti, l’immagine dell’emiciclo coi puntini colorati che sembrano i coriandoli di carnevale. Ma presto verrà semplificata perché chi ha meno di dieci rappresentanti non riceve finanziamenti e già cominciano le migrazioni. Anche dei più grossi: dei 29 eletti dal partito socialdemocratico dell ‘ex presidente Fernando Henrique Cardoso (sebbene, ma solo all’ultimo giorno, lui si sia dichiarato a favore di Haddad nel ballottaggio), 15 su 29 sono già passati a Bolsonaro.
Questa frammentazione politica, frutto di un inimmaginabile trasformismo, ha fatto venire al pettine la fragilità del governo "pittista", da sempre privo di una propria maggioranza e perciò affidato a improbabili alleanze con la miriade di partitini che popolano la scena, pronti a vendersi per qualche carica o favore.
NELL’ONDATA QUOTIDIANA di arresti che investe il paese (ieri mattina altri dieci deputati dell’Mdb - il partito del presidente golpista Temer - dello stato di Rio) sono caduti anche l’ex ministro dell’agricoltura e il suo vice, ambedue sempre dell’Mdb, che ha le mani ovunque. Erano - per consentire una maggioranza altrimenti impossibile - ministri del governo di Dilma Rousseff. Ma la stampa ha scritto: «Arrestati due ministri di Dilma», a far credere fossero del Pt.
Questa, comunque, è la corruzione che viene imputata al partito di Lula: non tanto quella personale (anche se qualche caso c’è stato), ma quella che deriva dalla necessità di ambiguissime alleanze per salvare il governo. Potremmo dire :una corruzione imposta dal sistema.
SONO QUI PER UNA CONFERENZA, da tempo programmata, all’Universidade Federal di Rio. Sul ’68, visto dal Cono sud (c’è stato anche qui, e come!), io devo parlare dell’Europa. Qui si vive in un altro mondo: alle pareti, ricoperte di meravigliose ceramiche portoghesi che ricordano l’origine coloniale di Rio, tatse bao con gli annunci di tutte le possibili sinistre, e tante memorie: il teatro di pietra che si apre nel cortile è quello in cui Gilberto Gil mise in scena il primo tropicalismo, sui muri delle strade adiacenti le solite scritte rivoluzionarie. Prof e studenti sembrano tutti ancora stupefatti. Ma già un po’ spaventati, per l’annuncio che le università verranno messe nelle mani delle aziende private, per «diventare più efficenti». E così verrà distrutta una delle più importanti conquiste di Lula, l’apertura degli atenei a poveri e neri, in proporzioni pari alle rispettive quote di popolazione. (Questa sì una rivoluzione!).
RIVEDO VECCHI AMICI e compagni, tutti ex di un sessantotto brasiliano studentesco e operaio che osò affrontare la dittatura e poi subì carcere, tortura, clandestinità, esilio; e vide molti nella lotta armata. Li interrogo per sapere come è potuto accadere. Cosa si aspettano, come intendono reagire. Con pochi giorni di permanenza non posso pretendere un mio giudizio, dipendo dal loro e questo vi riferisco.
Tutti sono più o meno concordi nel sottolineare gli effetti della crisi economica mondiale che ha ulteriormente arricchito l ‘1% della popolazione legata alla finanza internazionale e però prodotto un impoverimento soprattutto del ceto medio, che ha infatti votato per Bolsonaro. (Meno i poveri, che qui, a differenza di quanto è accaduto coi populisti in Europa e in America, hanno tenuto, soprattutto nel nord est). Ceti che hanno anche patito una riduzione del proprio status e sono dominati dal problema della sicurezza: nei nuovi quartieri di Rio tutti i condomini sembrano territori extranazionali, privatizzati, con la propria scuola, i propri servizi, le proprie guardie.
COME OGNI BUONA SINISTRA, le posizioni poi divergono: nel giudizio sull’operato del Pt.
Carlos Vainer, docente all’Università Federale, così come non pochi dei suoi colleghi, molto critici, insiste nel dire che alle obbiettive difficoltà incontrate dal suo governo Lula non ha risposto facendo appello alla lotta, ma solo cercando compromessi per garantire governabilità. Si riferiscono soprattutto all’ondata di proteste che portò nel 2013 per le strade nuovi movimenti in lotta per più adeguati trasporti e per la casa, ignorati dal governo di Dilma Rousseff. (Da questo movimento è nato il nuovo partito, Psol - quello cui apparteneva Marielle Franco, ammazzata qualche mese fa - che ha anche presentato un proprio candidato alle presidenziali, un simpatico ragazzo, Guilherme Boulos, che ha preso solo lo 0,5 %, ed è comunque andato a trovare Lula in carcere per decidere insieme il da farsi ora). Ma la polemica investe anche le spese *assurde per Olimpiadi e Coppa del Mondo, che hanno ridotto le risorse disponibili per ben più urgenti bisogni sociali.
IN DIFESA DEL PT parla invece Emir Sader, principale intellettuale del partito e vecchio amico del manifesto (è lui che ha curato, fra l’altro, l’edizione brasiliana del libro Il sarto di Ulm di Lucio Magri). Emir mi porta in regalo un librone con fantastiche immagini delle "carovane" di Lula nel poverissimo nord est brasiliano, un diluvio di folla. Perché il Pt è insieme il governo obbligato ai compromessi ma anche il grande sogno di riscatto dei più poveri impersonato da Lula. Che nei 13 anni di petismo hanno ottenuto molto.
Non c’è da meravigliarsi - questo in sintesi il suo giudizio - che sia accaduto quello che è accaduto. È in atto – dice - una controffensiva in tutto il continente per eliminare il solo tentativo di sfidare il neo liberismo che ci sia stato e avviare un processo di integrazione regionale alternativo ai Trattati commerciali Usa. Protagonisti di questa stagione oltre Lula i Kirchner in Argentina, Correa in Ecuador, Mujica in Uruguay, Chávez in Venezuela, Morales in Bolivia. Quasi tutti sono stati abbattuti, o in pericolo.
IL BRASILE - dice ancora Sader - è un paese turbolento, profondamente diseguale, dove non è stata tagliata la catena durissima del colonialismo portoghese. (La schiavitù qui è stata proibita solo a fine ‘800; e poi sono arrivati milioni di semi schiavi, i poverissimi e analfabeti immigrati europei, per lo più italiani).
La campagna elettorale è stata selvaggia, dominata dai nuovi potentati – le «agenzie di marketing viral - che hanno prodotto una impensabile ondata di fake news: la più incredibile quella del kit con l’immagine di un biberon collegato a un organo maschile che sarebbe stato distribuito per ordine del Pt in tutte le scuole per far familiarizzare scolari e scolare con l’omosessualità. I dati dicono che il 75 % ci ha creduto.
TUTTO VERO, e però torna il tema che da per tutto, anche in Europa, è spina nel fianco di tutte le sinistre che vanno al governo: concentrarsi sulla gestione dello stato e tralasciare la società, la conquista dell’egemonia. Tanto più difficile in un paese come il Brasile, dove la costruzione di una cittadinanza consapevole è progetto terribilmente arduo, e basta solo guardare alle favelas che si moltiplicano per rendersene conto.
Candido Grzybowski, direttore di Ibase, importantissimo centro di studi sociali, e anche principale creatore dei Forum Sociali Mondiali, così come Moema das Miranda, che ne è stata una animatrice («sorella degli italiani», la definisce Raffaella Bolini che ci rappresentava nel Consiglio) riconoscono che mai come con i governi Pt c’è stata una così vasta redistribuzione della ricchezza; e del potere. La bolsa familia, che ha dato reddito a 13 milioni; l’aumento del 60% del salario minimo, di cui hanno goduto l’80% dei lavoratori formali e non; la previdenza sociale estesa a tutti; l’accesso al credito per l’acquisto della casa; l’accesso alla terra. E molto altro.
Ma bisogna riconoscere – dice Candido – che la redistribuzione è pur sempre avvenuta in un quadro storico di disuguaglianza monumentale, intrecciata a razzismo e patriarcalismo. La redistribuzione non intacca i meccanismi e le strutture che generano la povertà. Si limita a evitare i peggio. In Brasile con l’abbattimento della dittatura si è liquidato il capitalismo selvaggio, ma è rimasta una «democrazia a bassa intensità»: difficile reggere all’urto prodotto nel frattempo nel mondo dalla globalizzazione neoliberista.
CHE FARE OGGI? Candido è come sempre ottimista: rilanciare lo spirito dei Forum sociali, che sono stati catalizzatori di una nuova immagine del mondo, e dunque di energia e volontà. Per ora necessaria a resistere al peggio.
Al termine della nostra conferenza sul ’68, dopo i "reduci"”, sono intervenuti i nuovi studenti, organizzati qui dal Diretorio Central dos Estudante. Agguerriti, e già in guerra contro Bolsonaro.

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