VISIONI

«Cerco stranezze per rendere ogni progetto unico»

QUINTO ALBUM PER JOHN PARISH
LUCA PAKAROVgb

È complicato intervistare John Parish perché appena ti giri dall’altra parte lo ritrovi in un nuovo progetto. Ecco allora Bird Dog Dante (Thrill Jockey), il suo nuovo album con un titolo di cui nemmeno Parish dice di conoscere il significato. Songwriter ma anche molto altro, infatti malgrado si tratti del quinto lavoro da solista, un’infinità di collaborazioni lo fanno alternare fra composizione, produzione, colonne sonore e live, come un’ombra capace di colmare ogni aspetto della musica. Ospiti sono le voci di PJ Harvey e di Aldous Harding o la polistrumentista italiana Marta Collica.
PARTENDO dall’album di Nada che sta producendo, gli domando se questa duttilità richieda approcci differenti: «Sono effettivamente in studio con Nada, siamo a metà del nuovo album e il suono è fantastico. Non ho un approccio differente alle collaborazioni e ai progetti da solista. Ci sono però delle differenze pratiche, in una produzione non sono io ad avere l’idea originale ma l’intenzione alla fine è la medesima: fare musica interessante che possa coinvolgere il pubblico su più livelli, evitando strumenti emozionali precostituiti. Sono sempre in cerca di stranezze e idiosincrasie che possano rendere il progetto unico».
Sorry For Your Loss è dedicata all’amico Mark Linous suicida nel 2010 e cantata in duetto con PJ Harvey, con cui c’è l’importante sodalizio che tutti conoscono. L’album è stato mixato durante la tournée di The Hope Six Demolition Project e sebbene non ci siano veri e propri punti di contatto con BDD, se ne percepisce l’osmosi: «C’era una relazione importante fra me, Polly e Mark, siamo stati sconvolti dalla sua morte. Nel caso particolare di SFYL Polly ha scientificamente selezionato i testi e ha trovato un paio di versi oziosi e mi ha chiesto d’inventarmi qualcosa per renderli più precisi, più diretti senza ovvietà. La canzone ha tratto grande beneficio da quel consiglio». Bird Dog Dante è un disco che rappresenta in pieno il suo autore: raffinato e profondo, zeppo di dettagli, con una sonorità imponente che a tratti si colora di inquietudine, per riprendere una spinta quasi brit in The First Star, o più folk quando affiora l’ukulele. Eppure è un disco coerente, in cui si sente un filo conduttore nascosto: «Non consciamente voluto. Sono un fan del formato lp, per me resta il modo più appagante di ascoltare la musica, quindi volevo essere sicuro che le canzoni e la parte strumentale lavorassero bene insieme. All’inizio avevo pensato di produrre un album con due lati distinti, una di canzoni e una strumentale, ma mentre stavo arrangiando i brani, ho mixato canzoni e musica fino a che l’album si evolvesse in modo coerente».
UN VAGO SENSO esoterico da metà album che si trasforma in un realismo spietato, è sufficiente rileggere alcune pagine di Carver ascoltando Carver’s House, per sentirne palpitare il minimalismo: «Stavo per risponderti di nuovo inconsciamente! La verità è che raramente inizio a scrivere musica con la letteratura in mente, a meno che non sia una canzone per un film. Il piano e la parte musicale di Carver’s House era un pezzo strumentale senza titolo che stavo portandomi dietro da un po’. Mi è stato chiesto di far parte di questo progetto parigino chiamato Playing Carver e subito ho pensato a questo brano. Semplicemente ha l’atmosfera di Carver, è minimalista ma con un sentimento di qualcosa di più profondo. Già che siamo in Italia e il calcio è (in teoria) argomento serio, The First Star è dedicata a George Best: «Best è stato un eroe per me e per altre migliaia di bambini della mia generazione. In molti modi quasi tutti i giocatori di calcio sono stati influenzati da lui. Adesso i calciatori vogliono tutti essere delle star ma non ci sarà un altro come Best: ’Ho spesso tutti i miei soldi in donne, drink e macchine veloci: il resto l’ho sperperato’».

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