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NICARAGUA, LA RIVOLTA ETICA

GIANNI BERETTAnicaragua

Mentre nell’aprile scorso in Nicaragua, nella sorpresa generale, scoppiava la rivolta (tuttora in corso) degli studenti universitari, repressa nel sangue dal governo dell’ex comandante guerrigliero Daniel Ortega, Sergio Ramirez Mercado, classe 1942, giornalista e scrittore nicaraguense, nonché vice di Ortega negli anni ’80 durante tutta la Rivoluzione Popolare Sandinista, riceveva a Madrid il massimo riconoscimento per la letteratura spagnola: il Premio Miguel de Cervantes. Che ha voluto dedicare «ai giovani uccisi per gli ideali di giustizia e democrazia, perché il Nicaragua torni ad essere una Repubblica».
Perché questa dedica?
Quando mi ritirai dalla politica non rinunciai certo ai miei doveri di cittadino, pur slegato da qualsiasi partito. Per di più ho sempre rivendicato di essere uno scrittore con le finestre aperte, che ascolta i rumori della strada. Sarebbe stato dunque per me del tutto incongruente ricevere il premio mentre in Nicaragua tanti giovani compatrioti vengono assassinati in manifestazioni di piazza con l’accusa di essere delinquenti o pandilleros. È stata la premessa al mio discorso nella cerimonia, per un principio che abbraccia tutta la mia vita letteraria, strettamente legata alla vita quotidiana. Non esiste per me letteratura senza vita reale.
In effetti, nella motivazione del premio la giuria coglie come la scrittura di Sergio Ramirez s’imperni sulla storia e la realtà; specialmente del suo paese. Senza prescindere dall’impegno pubblico.
Ho sostenuto da sempre che letteratura e impegno pubblico sono inseparabili nella letteratura latinoamericana. Non è una mia invenzione. Abbiamo nella storia moderna esempi di scrittori come Romulo Gallegos in Venezuela e Juan Bosch in Repubblica Dominicana che ingenuamente, nel senso migliore della parola, furono dei presidenti della repubblica (democraticamente eletti) che intendevano cambiare in meglio le condizioni di vita dei loro cittadini. S’illudevano di poter governare il loro paese come se fosse la Svezia. Ma la storia dell’America Latina insegna che gli intellettuali finiscono con lo scontrarsi inesorabilmente con i caudillos, che possono manipolare a proprio favore l’ignoranza secolare delle società patriarcali contadine del nostro subcontinente. Infatti durarono poco, rovesciati da golpe. Io mi identifico molto con loro.
Si riferisce ovviamente a quando lei stesso ricoprì la carica di vicepresidente della repubblica in Nicaragua durante la Rivoluzione Sandinista, e quindi a Daniel Ortega?
Assunsi quella carica pubblica entrando dalla porta della rivoluzione e non dalla porta della politica. Insisto molto su questo, perché altrimenti non si capirebbe la mia vita. Ero già un giovane scrittore; quella era la mia vocazione. Mi sono sempre considerato uno scrittore prestato a un’impresa prima di tutto etica a cui credevo profondamente: cambiare le ingiuste strutture del mio paese, retto fino a quel momento dalla dinastia dei Somoza. E dopo la sconfitta elettorale del febbraio 1990 mi misi alla testa di un progetto rinnovatore e alternativo al Fronte Sandinista, che ritenevo un partito ormai anchilosato. Come Gallegos e Bosch mi candidai alle elezioni del ’96 e persi. Quando quel progetto di vita, mio e di molti nicaraguensi, fallì, semplicemente tornai alla professione originaria (anche se durante gli anni della rivoluzione Ramirez riuscì a scrivere il suo capolavoro Castigo Divino; mentre si accomiatò dalla politica mandando in stampa Adios muchachos, ndr).
Come spiega questa inaspettata rivolta popolare, una sorta di «primavera»? Si conferma in qualche modo l’identità del nicaraguense che pazienta e pazienta fino a esplodere tanto da «perdere ogni timore alla morte», come si dice e si è sperimentato più volte in Nicaragua?
Erano diversi anni che il fuoco covava sotto la cenere, nel mezzo di continui abusi e arbitrii di un regime che si dice ancora rivoluzionario senza averne alcuna base morale; e che ha sposato la filosofia del denaro facile, creando una nuova classe di ricchi. Ma le migliori lezioni che ha dato il Nicaragua nella sua storia sono state lezioni di etica, non di politica. E quella che è in corso è una lezione di etica proprio perché questi ragazzi, che sono scesi in piazza al prezzo del loro sangue non hanno alcun credo politico, ne appartengono a qualsivoglia dei partiti politici (ridotti all’irrilevanza nelle circostanze del Nicaragua di oggi). Tutto era cominciato con l’incendio che ha devastato seimila ettari della riserva di foresta vergine Indio Maiz (nel sud del paese); senza che le autorità facessero alcunché per arginarlo. Anzi, rifiutando paradossalmente l’aiuto offerto dai pompieri del confinante Costarica. Da lì sono iniziate le prime incipienti proteste spontanee in alcune università, immediatamente represse. Mentre la foresta continuava a bruciare. Una situazione surreale! Ma «il bosco cammina», come si dice nell’epigrafe di Macbeth, che ho ripreso nell’ultima mia novella (Nadie llora por mi). Solo che in questo caso, seguendo la metafora, è un bosco in fiamme che cammina e che si avvicina sempre più...; e che si è esteso per le strade e le piazze di tutto il Nicaragua dopo l’imposizione per decreto della tassa sulle pensioni. Che è stata poi la scintilla di questo risveglio della coscienza e dei valori dei giovani. Ai quali ora tocca cambiare le sorti e il futuro del paese; senza interferenze delle generazioni che li hanno preceduti e che hanno fatto il loro tempo.
Che significa per il Nicaragua il riconoscimento che lei ha ricevuto; e soprattutto come si spiega che un paese apparentemente insignificante nella sterminata cultura ispanoamericana, in soli cinque mesi abbia collezionato entrambi i massimi premi della letteratura, visto che anche Claribel Alegrìa, nicaraguense-salvadoregna, è stata insignita nel novembre scorso del Premio Regina Sofia per la poesia iberoamericana?
Sembrerebbe quasi un mistero genetico per un paese così minuscolo. Peraltro il Regina Sofia per la poesia era già stato attribuito a Ernesto Cardenal. Senza contare altri importanti riconoscimenti internazionali conferiti a Claribel e a Ernesto, oltre che a Gioconda Belli. È che in realtà la tradizione letteraria nicaraguense, che non ha mai smesso di aggiornarsi, viene dal nostro grande nume tutelare Ruben Darìo: che è il creatore della nostra identità, non solo in senso letterario ma come nazione stessa.
Al quale lei non a caso ha intitolato la sua locuzione d’investitura del premio: «Viaggio di andata e di ritorno» (di una lingua, dalla Spagna al Nicaragua e viceversa). Ruben Darìo che, come ammise il grande Jorge Luis Borges, rinnovò persino il castigliano di Cervantes. Eppure, queste onorificenze sono state ignorate dalle autorità in Nicaragua.
Francamente mi sarei sorpreso del contrario da parte dell’attuale coppia presidenziale. L’importante è che sia Claribel (nel frattempo scomparsa nel gennaio scorso, ndr) che il sottoscritto siamo stati oggetto di sentimenti di affetto e di orgoglio da parte di molti nicaraguensi, nonostante il marasma in cui si dibatte il paese. E sicuramente sono stati due grandi riconoscimenti per il Nicaragua intero. Oggi la democrazia viene rivestita con la pelle della corruzione, che mette nel sacco sia la destra che la sinistra, senza distinzioni di colore. Io continuo a credere in una democrazia con la giustizia sociale. Solo in un sistema democratico si può superare la povertà. Non esiste un sostituto alla democrazia. Credere in messia insostituibili porta solamente alla tirannia. In questo senso la letteratura ci salva, poiché, senza schierarsi, apre alla critica. La letteratura è un immenso campo di libertà. Non si può essere liberi senza la letteratura e l’immaginazione. E, come scriveva Miguel de Cervantes nel Don Chisciotte: «per la libertà vale la pena di rischiare la vita».

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