CULTURA

L’architettura civile di Bruno Zevi

GIULIA MENZIETTIITALIA/ROMA

Nel centenario della nascita di Bruno Zevi, che ricorre quest’anno, il Museo Maxxi di Roma presenta (fino al 16 settembre) Gli architetti di Zevi. Storia e controstoria dell’architettura italiana 1944-2000, una mostra curata da Pippo Ciorra e Jean Louis Cohen e realizzata in collaborazione con la Fondazione Bruno Zevi.
PERSONAGGIO dalla forza dirompente, che dal mondo dell’architettura ha saputo estendere il suo pensiero militante a varie zone d’azione, Zevi era nato in una famiglia ebraica: per scampare alle leggi razziali si era trasferito nel 1936 in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, dove aveva completato la sua formazione da architetto per poi tornare in Italia nel 1944. Da questo momento in poi inizierà una fervida attività, che lo vedrà fondatore dell’Associazione per l’Architettura Organica (Apao) nel 1944, e dell’InArch, Istituto Nazionale di Architettura nel 1959, docente presso lo Iuav di Venezia e presso la Facoltà di Architettura di Roma, autore, ancora nel ’44 del primo Manuale dell’architetto e nel ’50 della prima Storia dell’architettura moderna, fondatore della rivista Metron e di L’Architettura Cronache e storia.
FORTEMENTE convinto del valore civile dell’architettura, Zevi sarà inoltre impegnato sul fronte politico e su quello della comunicazione, attraverso Teleroma56, il canale televisivo da lui fondato, e numerosi programmi radiofonici.
Per celebrare il centenario di un personaggio così sfaccettato e multitasking, la mostra del Maxxi si serve di un racconto corale, esponendo le opere degli architetti che Zevi ha apprezzato e sostenuto.
È DUNQUE un’imponente massa di progetti la prima voce narrante cui l’iniziativa affida l’omaggio a Zevi e, implicitamente, il racconto di un momento specifico della storia dell’architettura italiana.
Il Monumento ai martiri delle Fosse Ardeatine di Mario Fiorentino (1946 e 1949), il villaggio La Martella del gruppo guidato da Ludovico Quaroni (1951-1954), la Chiesa sull’Autostrada di Giovanni Michelucci (1961-1964) sono solo alcune delle opere che in qualche modo rappresentano oggi il lascito della linea critica di Zevi. Lavori che allo stesso tempo restituiscono uno spaccato di quegli anni, quando la fiducia nel progetto di poter incidere nella realtà e parlare di futuro veniva perfettamente illustrata nelle ambizioni e nella potenza dei disegni. Piante, prospetti e sezioni, rigorosamente a mano, e poi schizzi, appunti, pagine di giornali e foto d’autore sono allestiti su eleganti pannelli, come materiali da lavoro poggiati sui tecnigrafi d’altri tempi; per ogni progetto la superficie di un tecnigrafo intero, una pagina bianca sulla quale sono esposti con mano sapiente progetti celebri, che hanno fatto la storia dell’architettura italiana, e che da strumenti narrativi diventano i veri protagonisti della mostra.
LO SPACCATO di Luigi Pellegrin del Complesso Marchesi (1976) o il plastico della Casa Albero a Fregene del (1968) di Giuseppe Perugini, Uga De Plaisant e Raynaldo Perugini hanno una forza dirompente. Strumenti «artigianali» di una comunicazione dell’architettura alla quale non siamo più abituati, di un modo di pensare il progetto che investe nell’immagine, nel «medium come messaggio». La mostra offre un racconto illustrato di questa stagione dell’architettura che ha visto tanti progetti brillare su carta e poi, troppo spesso, implodere una volta realizzati, nell’impatto con la realtà.
Attorno a questa mole di opere, sulle pareti della Galleria del Maxxi, una superficie continua racconta con sequenza cronologica gli episodi salienti della vita di Zevi; un nastro color aragosta che fa da controcanto alla serietà dei tecnigrafi, in un discorso molto pop, dove i registri e i materiali restituiscono la ricchezza e la complessità del personaggio.
Vien voglia di compiere più volte la visita, per guardare per intero i video delle lezioni di storia del professor Zevi o i talk televisivi ai quali partecipava, per ascoltare quel linguaggio trasversale, capace di parlare dei suoi temi a chiunque, di trasmettere con veemenza quel suo credo nell’architettura come spazio della vita.
La mostra illustra perfettamente il personaggio, e allo stesso tempo pone questioni cruciali per Zevi, come il rapporto del progetto con la politica e il giudizio sulla produzione dell’architettura italiana del secondo Novecento. Temi che risultano oggi di sorprendente attualità.

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