VISIONI

Festival des Nomades, musiche e ritmi alle porte del deserto

Progetti condivisi sul palco della rassegna marocchina dall’algerino Kader Tarhanin ai maliani Tamikrest
VALERIO CORZANImaroco/M’Hamid El Ghizlane

È un nomade di professione come Paul Bowles, scrittore statunitense che si fece adottare dal Marocco, a venirci in aiuto e spiegare alcune delle suggestioni che innesca il contatto con un luogo come M’Hamid El Ghizlane: «qui si tratta di secoli, non di migliaia di miglia». In questo lembo di Marocco profondo, a pochi chilometri dall’Algeria, la strada asfaltata finisce e inizia il regno delle sabbie, il Sahara appunto, e il tempo sembra essersi fermato. È un posto acre come il pisé ( misto di argilla e paglia) con cui vengono costruite le case del paese, come le chiazze nel letto del fiume Drâa, come il colore prevalente delle automobili (perlopiù ocra),un posto alla fine del mondo, dove ancora arrivano i tuareg con le loro tende, i loro cammelli e i loro dromedari e dove vale come indicazione la scritta che qualche ottimista ha piazzato a Zagora, l’ultima cittadina che si incontra prima di incunearsi in un lungo tratto di hammada e arrivare a questa vera e propria porta del deserto che è M’Hamid El Ghizlane.
LA SCRITTA recita «Timbouctou, 52 giorni» e si riferisce naturalmente al tempo di percorrenza della distanza a dorso di cammello. Deve essere stato un ottimista a piazzare quella scritta, perché i paesi da attraversare per coprire la distanza dalla regione del Drâa a Timbuctu - l’Algeria e il Mali - hanno una serie di laceranti problemi: basti pensare alle frizioni e al contenzioso marocchino-algerino legato alle terre del sud,e basti pensare alla deriva islamista del nord del Mali che ha provato in un primo tempo a inglobare la lotta identitaria della varie associazioni Tuareg, le quali per fortuna si sono piano piano dissociate dai deliri integralisti dei paladini della shaaria.
IL VIAGGIO che i nomadi del deserto hanno praticato per secoli è diventato sempre più difficile e pericoloso, eppure c’è chi lo pratica ancora questo sentiero millenario ed è a questa sacca di resistenza sociale e culturale che viene dedicato da quindici anni, su iniziativa di Noureddine Bougrab, il «Festival des Nomades». Un festival sostanzialmente musicale, anche se nel suo carnet di proposte ci sono una serie di iniziative accessorie - la corsa dei dromedari, l’hockey sulla sabbia, la preparazione del pane di sabbia (mella), le conferenze e le proiezioni sulla cultura tuareg - che allargano il bacino tematico. L’orizzonte culturale di questa onda transnazionale tuareg (oltre ai tre stati già citati vanno inclusi anche Libia, Mauritania, Niger e Burkina Faso) fa leva soprattutto sulla cultura orale e in quest’ambito è proprio la musica a far da turbina ispirativa e sorgente emozionale.
SONO ANCORA le parole di Paul Bowles a «illuminare» bene la scena: «il pubblico del Marocco e delle città di confine del deserto algerino, dove dovevano recarsi, non avrebbe protestato se la vernice era scrostata, il metallo rugginoso, le pareti di legno rattoppate. L’importante era che il rumore fosse assordante, la luce sfarzosa...lo scopo dichiarato era quello di ingenerare prima un senso di vertigine, poi di euforia». Precetti condivisi sul palco del «Festival des Nomades» dall’algerino Kader Tarhanin (in forma smagliante con il suo stile desert rock intriso di riferimenti alla tradizione melodica della cultura targui), dal nigerino Alhousseni Anivolla , dalla marocchina Batoul El Merouani, dai maliani Tamikrest (headliners del festival).
LA QUOTA marocchina delle esibizioni si è arricchita anche dei cori e delle danze trascinanti dell’ensemble Tizouit, del pop berbero di Amnay Abdelhadi Idrissi, della miscela gnaoua-jazz del mirabolante Majid Bekkas e delle ancora acerbe pulsioni elettrificate di giovani band locali come Tarwa N-Tiniri e Jeunes Nomades. Non va trascurato neppure il contributo degli EtnoRom guidati da József Balog e Àgnes Künstler, già alla guida dei fenomenali Kalyi Jag. Siamo dalle parti di un’altra fenomenale vena aurifera delle culture nomadi, quella rom. E siamo anche dalle parti di un altro popolo spesso perseguitato, incompreso e reietto.
Serve a ricordarsi, anche grazie a queste liasons sonore alle porte del deserto, che se pure è vero che per la loro anomalia sociale nessun governo di nessuno stato del mondo ha mai amato i nomadi, pure lo «scandalo» della loro scelta nomade, della loro cultura orale e del loro status apolide, non deve essere svenduto né imbavagliato. Ne va della loro libertà e, in fondo, anche della nostra.

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