VISIONI

Morrissey contro tutti, caccia all’iconoclasta rock

Dodici brani prodotti da Joe Chiccarelli con qualche narcisismo di troppo
LUCA PAKAROVgb

Moz non manca mai di far parlare di sé, specialmente quando si atteggia a fastidiosa vittima delle manie senili di una rockstar decaduta. L’ultima debacle – almeno in Italia – è stato l’annullamento della tournée a seguito dell’arcinota storia di luglio con la polizia in via del Corso a Roma. Probabile che in quei giorni Morrissey non stesse in vacanza ma lavorando al Forum Music Village di Roma dove, insieme a La Fabrique Studios di Saint-Rémy-de-Provence, è stato registrato il suo undicesimo album in studio da solista: Low In High School (BMG), in uscita venerdì prossimo.
MA MORRISSEY non sembra in procinto di girare in vestaglia lamentandosi dei vicini rumorosi. Già con il suo primo singolo Spent the Day in Bed, in cui uno dei ritornelli recitava «I recommend that you stop watching the news/Because the news contrives to frighten you» (Raccomando di non guardare le notizie/Perché la notizia cerca di spaventarti) e poi con il secondo, I Wish You Lonely, dove canta «Tombs are full of fools who gave their life upon command of monarchy» (Le tombe sono piene di stupidi che hanno dato la loro vita per la monarchia), ha subito messo in chiaro che la pensione è lontana e che resta incazzato.
COSÌ COME l’anteprima della copertina dell’album aveva alzato un polverone per il ragazzino armato di accetta e cartello con su scritto «Axe the monarchy», piazzato davanti a Buckingham Palace. Nella norma d’altronde, almeno per l’ex Smiths che non ha mai nascosto il suo disprezzo per i reali. Detto questo il collerico Morrissey non è a corto di idee. Sempre grande paroliere con una voce unica, come nell’ultimo World Peace Is None Of Your Business (entrambi hanno 12 tracce e ugualmente prodotti da Joe Chiccarelli – Strokes e Frank Zappa per citarne due), musicalmente il disco presenta una ricchezza impressionante di varianti, passando dal fischiettio western di When Your Open Your Legs, all’esplosivo inizio punk rock con rullanti e fiati di My Love, I’d Do Anythig, fino all’indie pop targato Smiths di Jacky’s Only Happy When Shes Up On The Stage o alla commovente melodia di Home Is A Question Mark che vale il prezzo del disco. Tutto bello, a tratti straziante e meno brit, come in I Bury The Living con le chitarre che sferragliano seguendo l’umore di Moz per i troppi minuti del brano.
MA ASCOLTANDO più volte il disco si notano, come dire, delle avvisaglie di inutile narcisismo (poteva essere diversamente?), in cui la sua complessità resta sospesa, stucchevole nella sua pretenziosa cristallinità di movimenti barocchi, mentre si sviscerano un’infinità di emozioni/suoni che si stratificano in una cacofonia appunto perfetta. Hetty Hillesum, scrittrice morta ad Auschwitz, è omaggiata in The Girl of Tel-Aviv Who Wouldn’t Kneel (un folk rock formato Calexico condito di tango, che fa leva su bandoneon e chitarra spagnola), sulla stessa linea l’ultima canzone Israel. Dedica allo stato ebraico che, nel 2012, ha conferito a Moz le chiavi della città di Tel-Aviv. In questa chi critica Israele viene additato come geloso. Quasi 6 minuti di arringa retorica strappalacrime e altra benzina sul fuoco.

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