CULTURA

Vite spezzate di rivoluzionarie

SCAFFALE - «Non per odio, ma per amore» di Paola Staccioli e Haidi Gaggio Giuliani
ALBANESE CARMELO,

«Siate capaci di sentire nel più profondo di voi stessi, qualunque ingiustizia commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo». Forse proprio questa frase di Ernesto Che Guevara deve aver risuonato nell'anima di Tamara Bunke, Elena Angeloni, Monika Ertl, Barbara Kistler, Andrea Wolf, Rachel Corrie. Sei «donne comuniste, antimperialiste e pacifiste accomunate dalla scelta di abbandonare la propria vita 'privilegiata' di occidentali, per andare a combattere una rivoluzione degli altri». Ad accomunarle, c'è anche l'esito delle loro lotte: uccise dal potere, o morte nel tentativo di contrastarlo. Non per odio, ma per amore è il titolo del libro di Paola Staccioli e Haidi Gaggio Giuliani, con introduzione di Silvia Baraldini, edito da Derive e Approdi (pp.240, euro 15), che racconta le loro biografie.
Paola Staccioli è, oltre che autrice di ritratti letterari al femminile e di romanzi storici, narratrice e curatrice di diverse opere, anche corali, che provano a colmare i numerosi vuoti di memoria e di giustizia intorno agli omicidi di matrice neofascista in Italia, da Walter Rossi a Carlo Giuliani. Haidi Giuliani, di Carlo è la madre. Insegnante in pensione, scrittrice e parlamentare per poco tempo all'unico scopo di rendere giustizia al figlio e alle sue ragioni, è ora, dopo l'omicidio, anche madre di tutti coloro che di suo figlio si sentono fratelli. Silvia Baraldini ha lottato contro i pregiudizi razziali e per i diritti civili in America, negli anni sessanta e settanta. Accusata di vari reati, anche inventati, ha scontato diversi anni di carcere negli Usa. Nessuno meglio di lei avrebbe potuto scrivere l'introduzione a questo volume.
Ogni donna narrata apre il sipario su una scena diversa. Haydée Tamara Bunke Bider, detta Tania la guerrigliera (tedesca), conosce Che Guevara e si trasferisce a Cuba per dedicare la sua vita alla rivoluzione. Una militanza che la porterà a unirsi alla guerriglia del Che in Bolivia. Cade in un'imboscata il 31 agosto 1967.
Monika Ertl (tedesco-boliviana) il 1 aprile del 1971 spara e uccide nella sede del consolato boliviano di Amburgo, Roberto Quantanilla, il colonnello dei servizi segreti boliviani responsabile della morte del Che. Poi torna in quel paese al fianco di Regis Debray per organizzare la cattura di Klaus Altmann Barbie, l'ex capo della Gestapo di Lione, che però riesce a tenderle un'imboscata nella quale perde la vita. Barbara Kistler (svizzera), decide di unirsi al movimento di liberazione curdo sotto la guida del Pkk, con il nome di battaglia di Rohani. Combatte nell'Esercito dell'Associazione delle donne libere del Kurdistan e viene uccisa in Turchia orientale nell'ottobre del 1998. Rachel Corrie (statunitense), giovane militante pacifista, partecipa con altri attivisti dell'Ism (International Solidarity Movement) ad azioni di resistenza non violenta nella Striscia di Gaza e il 16 marzo 2003 viene schiacciata da un bulldozer dell'esercito israeliano mentre cerca di impedire, armata di un megafono, la demolizione di una casa palestinese a Rafah.
La storia di Maria Elena Angeloni, merita un approfondimento particolare. È la zia di Carlo Giuliani e uno dei testi del volume è scritto proprio da Haidi Giuliani. Nel 1970 partecipa a un'azione in sostegno alla resistenza greca contro il regime dei colonnelli, ma il meccanismo a orologeria della bomba artigianale confezionata si inceppa e l'auto salta in aria. Maria Elena muore.
Trentuno anni dopo, il 20 luglio del 2001, suo nipote sarà ucciso mentre prova ad opporsi insieme a decine di migliaia di persone, alle decisioni dei grandi della Terra. Qualcuno, subito dopo l'omicidio di Carlo, non perse tempo. Venuto a sapere di questa incredibile e tragica somiglianza di destini, pensò di fare uno scoop giornalistico rivelando la coincidenza. Si disse, in quella circostanza, con toni sgraziatamente sarcastici, che l'abitudine di fare i rivoluzionari, era nell'indole della famiglia Giuliani.
Nel libro, i due tentativi di riscatto degli oppressi - quello di Elena durante il regime dei colonnelli e di suo nipote Carlo, in concomitanza con l'ascesa della nuova dittatura finanziaria globale durante il G8 di Genova nel 2001 - vengono ricondotti a una giusta prospettiva e tornano a brillare. Diventano evidenti, leggendo le pagine che riguardano la vita di Elena, le motivazioni che la portarono a compiere quel gesto che, se fosse andato in porto, avrebbe risparmiato tante sofferenze a un intero popolo, proprio come nel caso di Carlo e dei suoi compagni.
Quindi, in casa Giuliani, c'era e resta un'indole incline alla libertà, capace di leggere le ingiustizie a titolo collettivo con grande anticipo e intuito politico. Già solo per questo ponte storico e familiare, varrebbe la pena di leggere il libro, che finalmente non dice nulla della «violenza» e molto invece sulle ragioni che la producono. Ci dice che la morte è il medesimo sipario nero e buio che cala tanto sopra le vite delle vittime, quanto su quelle dei carnefici, in un indistinguibile groviglio di dolore, ma che la vita svolta fino ad un attimo prima di scomparire, fa la differenza.

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