INTERNAZIONALE

Un «quinto stato» deludente e vittima della «propaganda»

Il film / CRITICHE AL PROTAGONISTA CUMBERBATCH
CELADA LUCA,LOS ANGELES

L'incontro con Assange è stato calibrato per l'uscita in sala de «Il Quinto Stato», la sua biografia «romanzata» diretta da Bill Condon in cui il fondatore di Wikileaks ha il volto di Benedict Cumberbatch. Una pellicola aspramente criticata dal diretto interessato che ha intrapreso una campagna pubblica per sconfessarla. Mercoledì scorso è stata diffusa la lettera con la quale a gennaio Assange spiegava allo stesso Cumberbatch i motivi della sua opposizione al progetto: «Credo che lei sia una buona persona - si legge tra l'altro nel testo pubblicato da Wikileaks - ma questo film non è un buon film. Sotto forma di presunta fiction presenterà invece una distorsione della realtà su persone impegnate in un'impari lotta contro avversari titanici. Lei (Cumberbatch, ndr) verrà impiegato come un'arma assoldata per impersonare la verità con lo scopo di ucciderla».
Il film di Condon è effettivamente deludente: una versione pop-psicologica che presenta Assange nei panni di un uomo le cui ossessioni sono il prodotto di turbe adolescenziali. Una versione molto «melò» che ha ricevuto critiche a dir poco tiepide nel suo esordio allo scorso festival di Toronto e che agli occhi di Assange ha a un'ulteriore difetto: essere ispirata al libro di Daniel Domscheit-Berg, il collaboratore tedesco con cui Assange ha rotto dopo un intensa collaborazione durata fino alla pubblicazione dei documenti di Bradley Manning. Il film di Condon non è però l'unico sconfessato da Assange. Anche il documentario di Alex Gibney «We Steal Secrets» uscito quest'estate è stato denunciato dall'hacker australiano, che lo ha definito parte di una vendetta commissionata dal governo americano per conto di poteri forti che protegge. Inizialmente il documentario doveva essere una collaborazione fra Assange e il premio oscar Gibney (Enron, Mea Maxima Culpa, Taxi To The Dark Side, Armstrong Lie) ma i rapporti fra i due si sono presto deteriorati sulla questione del controllo creativo. La versione di Gibney è una cronaca assai densa della storia di Wikileaks, che dà molto spazio alla figura di Manning e attribuisce ad Assange la frase secondo cui «un collaboratore afghano delle forze Nato che venisse ucciso a causa della sua identificazione su Wikileaks meriterebbe la morte». «È significativo che lo stesso titolo di quel doc - spiega Assange oggi - ricalchi l'accusa che ci muove il Pentagono. Non voglio speculare sui motivi di Gibney ma di certo in questi film americani comincia a emergere una convergenza con la versione propagandata dall'apparato di sicurezza contro cui ci battiamo». Nella sua lettera aperta aveva affermato che «i film narrativi possono venire usati come insidiosi strumenti per formare l'opinione pubblica, subdoli perché operano sotto il radar dell'analisi razionale». 

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