CULTURA

L'ordinario disincanto di un paese sull'orlo del crack

INTERVISTA - Un incontro con lo scrittore greco di noir Petros Markaris
CALDIRON GUIDO,

«Tutto si trasmuta. Cominciare da capo tu puoi con l'ultimo respiro. Ma ciò che è stato è stato. E l'acqua che hai versato nel vino, non puoi più recuperarla». È ai versi di una poesia di Bertolt Brecht, scritta negli anni più bui della storia europea, che Petros Markaris ammette di affidarsi quando sente che la possibilità che il suo paese possa farcela a superare la grave crisi in cui è precipitato gli appare più lontana.
Intellettuale raffinato e cosmopolita, nato a Istanbul ha studiato in Austria e Germania, tradotto in greco alcune piece di Goethe e di Brecht, scritto a lungo per il teatro e collaborato come sceneggiatore con Theo Angelopoulos, Markaris è però noto soprattutto per la serie di romanzi noir che hanno come protagonista il commissario della polizia criminale di Atene Kostas Charitos, osservatore lucido e disincantato della modernizzazione selvaggia e della corruzione della metropoli ateniese. Proprio per aver scelto fin dalla seconda metà degli anni Novanta questi temi - che hanno annunciato per molti versi il successivo terremoto economico e sociale che si è abbattuto sul paese -, lo scrittore, già vicino alla sinistra, si è progressivamente trasformato in una sorta di coscienza critica della società greca, di cui ha descritto senza giri di parole sia i difetti che le virtù.
A riprova di questa attitudine civile, a partire dal 2010, Markaris ha inaugurato una «trilogia della crisi»: tre romanzi in cui Charitos e la sua famiglia si misurano direttamente con la drammatica situazione sociale della Grecia - i primi due, Prestiti scaduti e L'esattore, già usciti anche nel nostro paese, mentre il terzo, pubblicato di recente ad Atene, dovrebbe arrivare entro la fine dell'anno. Infine, lo scrittore ha scelto di intervenire anche in prima persona, moltiplicando negli ultimi tre anni interventi e conferenze sulla situazione del suo paese, che sono stati ora raccolti in Tempi bui (pp. 164, euro 12), un volume pubblicato come i suoi romanzi da Bompiani, che lo stesso Markaris ha presentato nei giorni scorsi a Roma nell'ambito del festival «Libri come».
«Questa crisi non è solo finanziaria. Segna anche la fine delle illusioni con le quali abbiamo vissuto fin dalla costituzione dell'Unione monetaria - spiega Markaris, prima di aggiungere - Per molto tempo la Grecia era stato un paese povero che viveva la sua povertà in modo dignitoso: dopo aver sperimentato per anni l'arte della parsimonia, aveva sviluppato addirittura una specie di "cultura della povertà". Poi (con l'ingresso del paese nella Cee nel 1981), i soldi cominciarono a scorrere a fiumi. I greci non avevano più bisogno della "cultura della povertà", ma non riuscirono neanche a sviluppare una "cultura della ricchezza". Il consumo divenne la forza trainante della società e in molti cominciarono a vivere a credito, senza preoccuparsi di come e quando restituire i prestiti ricevuti». Perciò, «non è vero che dieci milioni di greci siano corrotti, come sostengono molti stranieri, e soprattutto i tedeschi. Mentre invece è vero che il tracollo economico che ha portato il paese all'attuale rovina è soprattutto il risultato degli errori e del fallimento della sua leadership politica».

Gli interventi raccolti in Tempi bui sono stati pubblicati in origine su giornali tedeschi e il libro è uscito a Berlino prima che ad Atene. Un tentativo di colmare la distanza che separa oggi il suo paese d'origine da quello nella cui cultura si è formato?
In parte. Ritengo che per superare le difficoltà attuali e, più in generale, quella che appare come una sorta di messa in discussione totale dell'idea di Europa, si debba infatti fare un passo indietro: vale a dire ripartire insieme ma accettando e considerando il fatto che siamo diversi. Esistono grandi differenze tra le culture dei paesi europei ed è a queste differenze che si deve anche il formarsi di mentalità e abitudini diverse. Per incontrarsi e conoscersi davvero si deve assumere fino in fondo questo elemento. Ogni estate centinaia di migliaia di tedeschi calano al sud, sulle spiagge della Grecia e ne apprezzano il sole, il mare, i colori. Si dovrebbe spiegare che dietro a questa immagine da cartolina esistono una civiltà e una cultura e che se il nostro sguardo continua a fermarsi solo sulla superficie delle cose, l'unità europea resterà solo sulla carta.

Il suo libro è esplicitamente un tentativo di «leggere» anche in termini culturali la crisi europea annunciata dalla situazione greca. L'autore che cita di più è Bertolt Brecht, perché questa scelta?
Mi sono ispirato soprattutto alle pagine di un poeta e scrittore come Brecht perché se c'è una cosa che mi sembra caratterizzi questa fase è il fatto che a parlare sono solo gli economisti e i politici, quasi che la crisi non riguardi anche la cultura e gli intellettuali. Mentre invece proprio Brecht seppe offrire le sue idee e le sue analisi alla Germania degli anni Trenta, che viveva una crisi ancor più grave di quella che stanno vivendo la Grecia e l'intera Europa oggi. Fino ad ora l'Europa ha investito molto nell'economia, ma troppo poco nella cultura. Si è identificato il sogno europeo con una moneta e si sono dimenticati i valori.

Lei non fa sconti quanto alle responsabilità di una parte della popolazione, e non solo dell'élite politica, nell'aggravarsi della crisi greca. Come descriverebbe la situazione del paese oggi?
Credo si possa dire che sono tre i sentimenti dominanti. Il primo è la depressione. La vitalità e il tradizionale ottimismo dei greci sono quasi del tutto scomparsi. Il secondo ha a che fare con il fatalismo: in molti si sono ormai convinti che non c'è più alcuna via d'uscita concreta alla situazione disastrosa del paese. Infine, una parte della popolazione, soprattutto tra i giovani, sente di aver subito un torto da parte del sistema politico, dei paesi stranieri e della stessa Unione europea: sono coloro che scendono in piazza e manifestano la loro opposizione alle scelte sbagliate che sono state fatte nel recente passato e che oggi si cerca di far pagare a tutti.

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