VISIONI

Gli anni del canto critico anticonformista

Intervista
FESTINESE GUIDO,

Nel '78, in Italia, succedono molte cose, che sembravano indicare un vero e proprio sfarinamento degli anni Settanta, e del Movimento giovanile che s'era dato convegno, giusto un anno prima, a Bologna. Anche la musica cambia: finito il grande sogno del progressive rock, per molti che non seguono la spallata punk la musica diventa un mestiere: serio e quotidiano. Come per Gianni Martini, «musicista per musicisti», come dicono gli anglosassoni, passato per mille avventure musicali, e diventato poi anche fondamentale collaboratore, fino all'ultimo, di Giorgio Gaber. Nel '78 Gianni Martini assieme a Bruno Biggi e Piero Spinelli fonda la scuola Music Line. Ora la scuola festeggia 35 anni di attività. Come hai visto cambiare la società, attraverso la scuola? «35 anni è un traguardo tutt'altro che scontato in una città difficile come Genova. Non mi ritengo un apocalittico, ma certamente non c'è da essere ottimisti. L'orizzonte su cui si sono affacciate le generazioni degli ultimi venti anni almeno è pesantemente segnato dall'incertezza. La globalizzazione sta sempre più minacciando le condizioni di vita frutto di decenni di lotte popolari. Oggi i giovani mi sembrano smarriti, incazzati ma disorientati. Bravissimi con le tecnologie, ma al tempo stesso incostanti, incapaci di impegnarsi in qualcosa perché nulla vale la pena. Cito il titolo di un bel libro, L'epoca delle passioni tristi. Si fanno le cose per inerzia, senza entusiasmo ed un reale coinvolgimento, rimbalzando da un'esperienza a un'altra. La mia generazione ha vissuto il futuro come attesa, speranza: si pensava, spesso ingenuamente di poter cambiare il mondo e ci si impegnò politicamente per cercare di farlo. I ragazzi, oggi, mi sembra che percepiscano il futuro come minaccia, come un qualcosa che incombe: non si sa letteralmente cosa succederà tra 1 o 2 anni. Da qui un consumismo delirante e senza senso, come un bisogno di stordirsi.
Da dove arriva la tua passione per la direzione e l'ideazione di cori polifonici?
Quando, nel 1999, una maestra della scuola elementare G. Daneo (scuola multietnica situata nel centro storico di Genova, sempre in prima linea) contattò Music Line per dirigere un coro formato da insegnanti e genitori della scuola accettai con entusiasmo. Non si trattava di dirigere un coro tradizionale, bensì un coro che cantasse delle canzoni, ovvero cercare di valorizzare, attraverso un lavoro rigoroso, quello che mi piace indicare come «musica popolare metropolitana». Dodici anni fa, quando ho iniziato, penso di essere stato tra i primi. La cosa è cresciuta e adesso dirigo 3 cori distinti: Coro Daneo, Coro 4 Canti, Coro Canto Libero.
Oggi c'è una grande rivalutazione critica del periodo progressive, e un rinnovato interesse per la Genova di allora fucina di molti gruppi. Tu hai fatto parte di molte realtà del periodo, dai Delirium a la Famiglia degli Ortega, fino all'Assemblea Musicale Teatrale. Quali i tuoi ricordi?
Ricordo con grande simpatia, quando ero ragazzino, il Christie's Club gestito da Alberto Canepa, con cui poi strinsi una profonda amicizia e insieme si visse l'esperienza dei Delirium, 1972, della Famiglia Ortega (1973-74), dell'Assemblea, dal '75 al '78. Una specie di fucina, di informale laboratorio con le migliori band della città: Garybaldi, Nuova Idea (prima Plep), con Marco Zoccheddu alla chitarra e Giorgio Usai alle tastiere (poi con i New Trolls), Dede Loprevite (poi con Kim & Cadillac e altri). L'Assemblea è stata un'esperienza unica: in quanto spalla di Guccini e Lolli, suonavamo sempre di fronte a 10/20.000 persone, e quindi grande, costante emozione.
Quando e come hai conosciuto Giorgio Gaber?
Ho conosciuto Gaber nel 1976, ai tempi di Libertà obbligatoria. Andammo a trovarlo nei camerini dopo lo spettacolo, come già si fece qualche mese prima con Guccini. Alloisio e Canepa gli parlarono dell'Assemblea, chiedendogli se fosse disponibile ad ascoltare qualcosa. Lui fu molto gentile e disponibile. Ci si vide la sera successiva , dopo lo spettacolo, e da lì inizio la nostra conoscenza.
Quale ritieni sia, senza retorica, il suo posto nella cultura italiana?
Un posto di primo piano. Giorgio Gaber e Sandro Luporini hanno dato prova di una lucidità critica fuori dal comune, un chiaro esempio di pensiero libero, indipendente e non ideologico, ricco di un «buonsenso sano». I testi delle canzoni e dei monologhi contengono spunti critici tutt'ora attualissimi nei temi di sempre, ossia il tentativo di indagare a capire la dimensione umana, le fatiche, le miserie, le lacerazioni quotidiane di tutti. Tentativo condotto sempre con grande sincerità ed onestà intellettuale.
Com'era Gaber con i «suoi» musicisti? Avevate discussioni, attriti, momenti di confidenza?
In prima battuta mi vien da dire che Giorgio era una persona gentile, riservata, normale insomma. Ciò che lo rendeva unico era il suo rigore nella ricerca dell'essenzialità, con l'obiettivo di arrivare ad essere preciso e chiaro senza atteggiamenti intellettualistici. Quindi grande sobrietà nel lavoro musicale e teatrale, senza cercare facili soluzioni ad effetto. E poi rispetto per il pubblico mantenendo però la propria autonomia. Gli spettacoli di Gaber risultavano molto «diretti» proprio per la sua spiccata capacità comunicativa: la gente si commuoveva, si incazzava perché c'era un effettivo coinvolgimento. Le tournée di Gaber si dividevano in lunghe e molto lunghe. Si stava quindi insieme parecchio tempo. La sera a cena spesso si aggregavano amici e conoscenti vari, raramente qualche politico. Si discuteva. Spesso si iniziava commentando la resa dello spettacolo di quella sera per poi, allargarsi a discutere di tutto: musica, teatro, amore, quotidianità, vicende politiche, filosofia, calci, Nella fase delle prove, periodo in cui solitamente eravamo solamente noi dello staff, spesso si parlava delle intenzioni da dare a un brano, ad una musica di scena. L'ambiente era molto vivo. Le chiacchierate fino alle tre/quattro del mattino e oltre, e mi mancano tantissimo. Raramente sono riuscito a trovare chi ami discutere, approfonditamente, con la radicale voglia di capire, senza misere parrocchie da difendere.
C'erano momenti di improvvisazione negli spettacoli, o come per De André, tutto era stabilito?
Lo spettacolo era tutto scritto. Anche gli assoli erano sostanzialmente scritti. Poteva capitare che, se un brano non risultava convincente, lo si tornasse a provare. Però la stesura dello spettacolo, una volta stabilita, senza particolari variazioni, e restava quella fino alla conclusione della tournée.
Cosa pensi dei molti spettacoli di «rilettura» del teatro canzone di Gaber che si sono alternati nel corso delle ultime stagioni?
Ho visto diverse riprese e riletture di Gaber e, devo dire, l'esito mi è sempre sembrato complessivamente buono. Certo, occorre liberare la mente dal ricordo dell'interpretazione di Gaber. D'altra parte se Gaber e Luporini hanno scritto pièces teatrali effettive, allora queste devono poter essere reinterpretate, come si fa con Pirandello o Molière. Non bisogna imbalsamare la scrittura nell'interpretazione di Gaber, altrimenti è finita. Comunque Neri Marcorè, su regia di Giorgio Gallione mi è sembrato quello più decisamente più efficace. Bravo anche Giulio Casale, nonostante mi sia parso inutile cercare di imitare Giorgio perfino nel tono della voce e nei movimenti. Ma quella più riuscita, mi sembra quella del mio amico Alloisio...

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