LAVORO

E che ora si processi la Marlane

LAVORO MORTALE La sentenza Eternit apre una speranza di giustizia
LANGELLA GIORGIO, GIANNINI FOSCO

Quella dell'Eternit è una sentenza epocale. Si stabilisce che le malattie professionali hanno una causa e che questa causa è, principalmente, la ricerca del profitto ad ogni costo. Un altro, drammatico caso, di cui si parla e si scrive poco, è quello della Marlane-Marzotto di Praia a Mare. Fa riflettere.
Viviamo in una società dove tutto viene asservito al guadagno di pochi. I lavoratori diventano ingranaggi per accumulare ricchezza. Non sono più persone. La tutela dell'ambiente e la sicurezza nei luoghi di lavoro sono costi da abbattere. Con questa logica spaventosa vengono perpetrati i più odiosi delitti. Si mette a rischio la salute di chi lavora, dei loro familiari, di chi vive vicino agli stabilimenti. Si uccide. In nome e per conto del padrone. Questo è successo alla Eternit. Questo succede, in maniera più o meno estesa, ogni giorno in ogni parte d'Italia. Il processo Eternit e la condanna per disastro doloso accendono una speranza. Quella di chi non vuole chinare la testa e con ostinazione lotta per ottenere verità e giustizia nonostante il silenzio, l'omertà, i ricatti, le connivenze che ci sono quando si mettono in discussione i privilegi di lorsignori.
La Marlane era uno stabilimento tessile di proprietà prima del conte Rivetti, poi dell'Eni (Lanerossi), infine Marzotto; è stato chiuso definitivamente nel 2004. In qusta fabbrica è successo qualcosa di talmente grave che è in corso un processo che vede imputati i vertici della Marlane, della (ex) Lanerossi, della Marzotto. Doveva iniziare il 19 aprile 2011. Viene continuamente rinviato per cavilli procedurali. La prossima, ennesima, «prima udienza» è fissata al 24 febbraio. Questi continui rinvii non hanno mosso all'indignazione, sono stati diluiti nell'indifferenza dei più. Gli imputati sono «persone che contano», dirigenti e «grandi imprenditori» accusati di omicidio colposo plurimo, lesioni gravissime e disastro ambientale. Perché, tra le circa 1.000 persone che hanno lavorato nella Marlane di Praia a Mare, oltre cento si sono ammalate di cancro e decine ne sono morte. Nei pressi dello stabilimento (nell'ottica per cui il sud è la pattumiera d'Italia) sono stati sotterrati rifiuti tossici che hanno inquinato l'ambiente. Una strage di lavoratori e un disastro ambientale di enormi proporzioni. L'accusa è che le norme di sicurezza, alla Marlane, non venivano applicate, anzi «semplicemente» non esistevano. I lavoratori venivano considerati «strumenti». Quando si ammalavano e arrivavano alla fine della loro vita, veniva chiesto loro di firmare il proprio licenziamento. Lo si faceva, dicevano i galoppini dell'azienda, per «favorire» l'ottenimento della pensione di «reversibilità» da parte delle future vedove o semplificare l'assunzione dei futuri orfani nella stessa fabbrica.
Tutto questo è documentato con interviste e memorie raccolte da chi ha iniziato e continuato con ostinazione a credere nella giustizia. Persone normali, veri e propri eroi del nostro tempo come Luigi Pacchiano, ex operaio della Marlane e uno dei sopravissuti; come lo scrittore ambientalista Francesco Cirillo e la documentarista Giulia Zanfino. È grazie a persone come queste se oggi possiamo conoscere quanto è accaduto alla Marlane-Marzotto. Una storia di «ordinario sfruttamento-avvelenamento». È grazie a loro se si è riusciti a costruire un «ponte» tra Praia a Mare e Vicenza, dove è iniziato un costante lavoro di informazione che poche settimane fa ha prodotto un appello firmato da personalità del mondo della cultura, della scienza, dello spettacolo, della politica (ra i tanti: Margherita Hack, Giorgio Nebbia, Franca Rame, Valentino Parlato, Oliviero Diliberto, Giuseppe Giulietti, Ascanio Celestini), lavoratori in lotta (il presidio permanente della IMS SRL - ex Emi di Caronno Pertusella), cittadini attivi e, ancor più importante, parenti delle vittime della Marlane, come Teresa La Neve. Testimonianze «alte» di una politica fatta per passione da chi riesce ancora ad indignarsi per le ingiustizie e l'indifferenza imperante. La sentenza Eternit ha aperto una porta, squarciato un velo, fatto conoscere che di lavoro si dovrebbe vivere mentre, invece, se ne può morire per pura avidità padronale. Oggi nessuno può chiudere gli occhi, dire di non sapere. Nessuno può giustificarsi. Quello che è successo alla Eternit, alla Marlane e in tutte gli altri posti dove è «normale» ammalarsi e morire (da Vicenza vogliamo ricordare l'esempio della Tricom-GalvanicaPM di Tezze sul Brenta) coinvolge tutti. Non ci si può fermare nella ricerca della verità. È tempo di fare giustizia.

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