INTERNAZIONALE

Libia? Non basta per tutti

BORSE
PICCIONI FRANCESCO,

Borse in ripresa, si dice, galvanizzate dall'ormai prossima fine della guerra contro la Libia. Anche ieri l'andamento è stato alla fine positivo, anche se sempre molto nervoso, con grandi escursioni tra alti e bassi di giornata. Lo spettro continua a chiamarsi recessione, perché non solo la crescita dei paesi più sviluppati è molto anemica, ma anche in continuo rallentamento.
Abbiamo dunque una bella contraddizione tra andamento atteso dell'economia reale e dinamica di borsa. Né vale la tesi che «la borsa anticipa», perché le previsioni non dàanno crescita per almeno due anni. E «sul lungo periodo» direbbe Keynes... Restano allora due sole spiegazioni, peraltro convergenti. La prima è che i prezzi di molti titoli sono ora decisamente bassi (quasi il 25% medio in meno in pochi mesi) e quindi vale la pena di comprare qualcosa, anche solo in un'ottica speculativa di breve periodo. La seconda, su cui sta palesemente scommettendo Wal Street - la più euforica, ieri, e quella che meno guarda alla Libia - è che Ben bernanke, venerdì a Jackson Hole, possa annunciare una nuova fase di «immissione di liquidità» sul mercato. Lo ha fatto l'anno scorso per annunciare la «fase 2», potrebbe ripetersi.
Ma più che sugli economisti - secondo un sondaggio all'interno alla categoria Bernanke può fare molto poco per promuovere la crescita - gli occhi dovrebbero essere puntati sugli indici «reali». In Germania, ieri, l'indice Zew (fiducia degli investitori) è sceso a -37,6, ai livelli del 2009, in piena crisi post-Lehmann. Anche negli Usa i dati macro attesi sono stati tutti più negativi del previsto. Le vendite di case nuove sono diminuite ancora, mentre l'indice Fed di Richmond (che monitora l'attività manifatturiera di cinque stati) è sceso da -1 a -10. Un po' come è avvenuto per la «fiducia dei consumatori» nell'eurozona (da -11,2 a -16,6 in un solo mese).
Secondo Alan Greenspan, predecessore di Bernanke alla Fed, il problema sistemico più grande è ora la tenuta o meno dell'euro. Lui lo ritiene vicino al collasso, con pesanti ripercussioni sugli Usa e l'apertura - in quel caso - di una fase recessiva molto pesante. E il recente accordo tra Finlandia e Grecia - con «garanzie» depositate da Atene - sta bloccando anche il percorso di «salvataggio» comunitario. Aggravando i rischi di divisione in un momento molto delicato.
In questo clima, l'oro continua il suo volo oltre i 1.900 dollari l'oncia. Uno zampino ce l'ha messo Chavez che - chiedendo indietro l'oro venezuelano depositato nelle «banche dei lingotti» - ha aperto una breccia in una sistema chiuso e «stabile». Ma la borsa sale...

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