VISIONI

Sacro e profano, dialogo tra culture

FESTIVAL DI FES
LORRAI MARCELLO,FES

Il palco incastonato fra due torri delle fortificazioni di Bab Makina ha come sfondo la monumentale Bab Sbaa, la Porta del leone, che le luci inondano di colori via via diversi, trasformando lo stage in uno scenario da Mille e una notte. È il più affascinante dei diversi luoghi in cui si svolge Musiques Sacrées du Monde di Fes, quello che la manifestazione, giunta alla diciassettesima edizione, riserva ai protagonisti di maggiore richiamo, che quest'anno, tenendo alta una tradizione di grandi nomi, sono fra gli altri Armand Amar (il compositore della colonna sonora del film ecologista Home), Maria Bethania, Ben Harper e Youssou N'Dour: in una cornice del genere lo show del cantante senegalese, con il suo charme vocale e la sua impeccabile band, sembra per esempio un dvd live già bell'e fatto.
Ma le prestazioni delle star, con biglietti a prezzi inaccessibili per la stragrande maggioranza del pubblico locale, non sono quello che più conta di Musiques sacrées du monde: certo non sono della stessa opinione - ed è logico - le migliaia di ragazzi che farebbero carte false per entrare al concerto di Ben Harper, e che invece si devono accontentare delle esibizioni che il festival propone loro gratuitamente nel grande spiazzo di Bab Boujloud (altra porta monumentale) o, più sul tardi, delle Soirées Soufi nel giardino di Dar Tazi, all'interno della Medina. Pur apprezzando le buone intenzioni, al cartellone della manifestazione, col suo doppio binario di proposte a pagamento e gratuite, bisogna rimproverare di produrre una divaricazione del pubblico, e di suggerire implicitamente che cosa è più importante: e che meno importanti sono gli spettacoli di musica marocchina, fatta salva l'orchestra arabo-andalusa di Fes che compare varie volte negli show a pagamento. Ma il più bello sta proprio in quello che i giovani di Fes scambierebbero volentieri con qualcosa di nuovo, ma che poi all'atto pratico non li lascia affatto indifferenti.
In un'atmosfera piena di elettricità, di fronte ad un pubblico di famiglie, bambini, ragazze con e senza velo e soprattutto migliaia di adolescenti maschi, a Bab Boujloud hanno tenuto banco Nass El Ghiwane, che negli anni settanta fecero furore presso i giovani marocchini con la loro pionieristica modernizzazione di musiche tradizionali - in una direzione che guardava alla transe - e che non hanno smesso di entusiasmare; Muslim, giovane rapper di Tangeri - diventato popolare perché tocca temi sensibili come la corruzione; e un fantastico ensemble che metteva insieme decine di cantori e strumentisti di diverse confraternite sufi fra i quali vari cantanti di grido (come il giovane Abdellah Yacoubi), in una superba, accattivante dimensione ritmica, responsoriale e timbrica. Sempre in ambito sufi, non solo marocchino, diverse le sorprese a Dar Tazi. Per esempio Sheikh Taha, cantante di Luxor, Alto Egitto, espressione di un sufismo di villaggio, rurale, ruspante: con flauto, violino, ud, tamburo a calice e tamburello, la musica è vivace ma senza eccessi, semplice ma con una sua eleganza, e suggestivo è il modo di porgere il canto; oppure un gruppo della confraternita Khalwatiyya di Meknes, con un ottimo cantante al confine tra solennità e cordialità e con nella musica tastiere elettriche e tutto un robatrovato di stilemi pop: un inserimento in astratto kitsch ma in realtà gustoso e vitale. Da proposte strettamente pertinenti come il patrimonio tradizionale sardo rielaborato da Elena Ledda in Cantendi a Deus, o il repertorio legato alla chiesa copta etiopica interpretato da Alemu Aga, fino al recitato-parlato del francese Abd Al Malik, slameur à la page con i suoi turbolenti trascorsi di banlieue e le sue citazioni di Deleuze e Derrida, nel ricco programma del festival il concetto di «sacro» appare piuttosto elastico. Ma è tutto funzionale ad attrarre un turismo internazionale, innanzitutto francese e inglese, mediamente maturo di età, che si vive come culturalmente esigente e che ha il portafoglio più gonfio di quando girava, o sognava, un Marocco on the road.
Il passato arabo- andaluso di convivenza e di reciproco arricchimento, nella Spagna arabo-islamica, fra musulmani, cristiani ed ebrei - che ha prodotto fra l'altro la cultura musicale che è uno degli assi portanti di Musiques Sacrées du Monde - è il riferimento ideale di una delle manifestazioni più prestigiose del Marocco, vetrina di un paese che tiene a consolidare la propria immagine di apertura. E all'incrocio fra tematizzazione del proprio passato remoto e recente e l'esigenza contemporanea del dialogo fra culture sta l'occhio di riguardo per l'ebraismo: fra i momenti più significativi di questa edizione, l'esibizione - con l'ensemble arabo-andaluso di Fes - della Chorale Hevrat David Hamelech di Strasburgo, composta in maggioranza di ebrei originari del Marocco e anche di Fes, e che a Strasburgo solidarizza musicalmente con la comunità immigrata marocchina.

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