COMMUNITY

LA SCONFITTA DEL PROCESSO MANCATO

OSAMA BIN LADEN
ARCHIBUGI DANIELE,

Solamente Ida Dominijanni sul manifesto e Aldo Cazzullo sul Corriere della sera si sono sentiti di mettere in discussione l'uccisione di Osama bin Laden. Solo il Vaticano ha fatto sentire un po' di compassione per Bin Laden: «Un cristiano non gioisce mai di fronte alla morte di un essere umano», ha dichiarato la Santa Sede. In maniera più laica si potrebbe dire: «Nessun essere umano dovrebbe gioire per l'uccisione extra-giudiziaria di un accusato».
Sappiamo bene che Bin Laden si è guadagnato il titolo di peggiore criminale del XXI secolo. Neppure ciò giustifica le reazioni dell'opinione pubblica americana. Ci è stato mostrato uno dei lati peggiori della società, quello che fa prevalere la vendetta su una giustizia equilibrata. Ci è stato detto che sono state uccise altre tre persone: siamo sicuri che queste meritassero una tale condanna? Ma non c'è stata alcuna espressione di cordoglio per loro. In Pakistan le forze di sicurezza non sono sempre alleate fidate nella lotta contro il terrorismo, e questo spiega perché gli Usa abbiano deciso di operare unilateralmente. Ma è stato posto un pericoloso precedente: può un paese usare la forza per arrestare o, ancor peggio, uccidere un indiziato in un paese straniero? Le fonti ufficiali ci dicono che, se ne avessero avuta la possibilità, le forze speciali americane avrebbero arrestato Bin Laden. La responsabilità di giudicare e condannare un colpevole spetta, infatti, ai tribunali, non ad un commando. La situazione si è evoluta in modo tale da far prevalere il potere esecutivo su quello giudiziario. Il Presidente Obama ha dichiarato che «giustizia è stata fatta», ma ha dimenticato che la giustizia si realizza nei tribunali, non al di fuori di essi.
Proviamo allora per un momento a immaginare che le efficientissime forze armate americane fossero riuscite ad arrestare Bin Laden. Sarebbe stato impossibile condannarlo senza un vero e proprio processo. Non a Guantanamo, ma di fronte ad un tribunale ordinario di New York, il teatro del più efferato crimine di Al Qaeda. C'è da giurare che Jacques Vergés, l'avvocato che ha difeso il nazista Klaus Barbie e il terrorista Carlos, e che ha offerto i suoi servigi a Slobodan Milosevic e Saddam Hussein, avrebbe fatto di tutto per aggiungere Bin Laden alla lista dei suoi singolari clienti.
Non è difficile neppure immaginare quale sarebbe stata la linea difensiva: piuttosto che giustificare le azioni di Al Qaeda, la difesa avrebbe sostenuto che anche gli Stati Uniti hanno commesso crimini di guerra in Vietnam e in Somalia, in Afghanistan e in Iraq. Il processo avrebbe rischiato di diventare a carico della politica militare americana piuttosto che del capo di una organizzazione terroristica. Due torti non fanno un diritto e una serie di atrocità non assolve dalla responsabilità individuale in una. Un grande criminale che si difende ricordando che i suoi accusatori hanno commesso reati analoghi può essere condannato da un Tribunale, ma ottenere una mezza assoluzione dall'opinione pubblica. Se Slobodan Milosevic e Saddam Hussein non fossero stati processati, il loro posto nella storia sarebbe stato ancora infimo.
Un processo a Bin Laden sarebbe stato soprattutto un regalo inaspettato ad Al Qaeda, che avrebbe avuto la possibilità di rendere il suo capo un martire. Ciò nonostante, il fatto che il più pericoloso criminale di questo secolo sia stato ucciso nel tentativo di arrestarlo mostra che siamo ancora molto lontani dal giungere ad una giustizia globale. Al di là dell'euforia dell'istante, dobbiamo ammettere che la civiltà giuridica ha subito uno smacco e che sarà più difficile rendere credibile la speranza di un legittimo ordine mondiale.

Supporta il manifesto e l'informazione indipendente

Il manifesto, nato come rivista nel 1969, è sinonimo di testata libera, indipendente e tagliente.
Logo archivio storico del manifesto
L'archivio storico del manifesto è un progetto del manifesto pubblicato gratis su Internet e aperto a tutti.
Vai al manifesto.it