CULTURA & VISIONI

La città del futuro è un luna park

PARIGI ANNA MARIA MERLO,PARIGI

Sogno o son desto? È una domanda che può farsi chiunque si aggiri in una città del mondo attuale, non solo negli eccessi di Dubai o di Las Vegas, ma anche nelle classiche Parigi o New York. Le città moderne hanno oggi molto a che vedere con l'immaginario creato dai parchi di divertimento o dalle Esposizioni universali. In altri termini, le città del mondo attuale sono diventate delle grandi Disney, un'incarnazione del concetto marxiano di fantasmagoria, cioè dell'inversione dei valori indotta dal capitalismo, della reificazione, del soggetto che diventa oggetto.
Per illustrare questa problematica e per cercare di rispondere alla domanda sulla relazione esistente tra cultura popolare, tra l'arte del divertimento e la cultura colta, il Centre Pompidou propone Dreamlands (fino al 9 agosto), una mostra che interroga la metamorfosi dell'universo urbano contemporaneo, dove gli oggetti sempre più inutili sembrano animarsi sotto «la bacchetta magica del Mickey di Fantasia» afferma uno dei curatori, Didier Ottinger.
Questo processo viene da lontano, ha già più di un secolo alle spalle. I mondi chiusi e paralleli delle Esposizioni internazionali e dei parchi di divertimento hanno ispirato non solo molti artisti ma anche architetti e urbanisti, al punto da erigersi come una possibile norma per alcune costruzioni contemporanee, con tutto quello che comportano in termini di moltiplicazione della realtà, attraverso il ricorso alla pratica della copia, l'accumulazione, il collage di diversi stili, le derive kitsch.
Il titolo della mostra rimanda a un parco di divertimenti, Dreamland, inaugurato a Coney Island a New York nel 1904. Dreamland, che venne poi distrutto da un incendio nel 1911, è all'origine di un'architettura del sensazionale, del divertimento e del sogno, che si propagherà nel mondo intero per tutto il XX secolo, contaminando le città reali, in una vera e propria «deriva festiva». È con l'Esposizione universale di Parigi del 1889, simboleggiata dalla Tour Eiffel, che questo tipo di avvenimenti cambia natura. Le avanguardie artistiche guardano con interesse questi luna park. André Breton vi vede il luogo di interazione tra cultura popolare e mondo artistico. Anche Freud visitò con interesse Dreamland. Una sala della rassegna è dedicata al Sogno di Venezia di Salvador Dalì, costruito dall'artista per la Fiera internazionale di New York nel '39 e collocato, volontariamente, in mezzo ai baracconi.
Anche il Beaubourg stesso rientra in questa genealogia. In mostra è presentato l'antenato, mai costruito del Centre Pompidou, il Fun Palace, progetto utopico dei primi anni '60, nato dall'incontro tra l'inventrice del teatro proletario inglese, Joan Littlewood e del giovane architetto Cedric Price. Richard Rogers, con Renzo Piano, tradurrà in pratica questa utopia, che è riuscita a stabilire un legame prolifico tra società del divertimento e cultura alta.
Opere di artisti come Fortunato Depero, Alberto Savinio, Maurizio Cattelan, un film di Pierre Huygues, un fotomontaggio di Lazlo Moholy-Nagy, un'installazione di Kader Attia (19 frigoriferi che sembrano una skyline di grattacieli), un'altra del cinese Liu Wei (una maquette di città fatta con il materiale degli ossi artificiali per cani) fanno parte delle 350 opere del percorso della mostra che, in sedici sezioni, accompagna - in modo cronologico e pluridisciplinale - la lunga avventura che ha portato alla confusione tra reale e immaginario.
C'è l'esempio di Las Vegas, che gli architetti Denise Scott Brown e Robert Venturi all'inizio degli anni '70 avevano preso come riferimento dell'urbanesimo nell'era dell'automobile: oggi in quello stesso luogo vanno le famiglie, che vivono in questa colonizzazione del reale da parte della fiction, la medesima che tanto ha affascinato artisti come Thomas Struth o Martin Parr. New York è anche vista, attraverso gli occhi dell'architetto Rem Koolhaas, come una filiazione da Dreamland. Hollywood è interpretata come il prototipo delle new towns concepite ormai come delle scene cinematografiche (e non solo delle città nuove: a Parigi e a New York si diffonde il façadisme, cioè la tecnica di conservare solo la facciata dei vecchi edifici per poi costruire dietro interni moderni). La prima Biennale di architettura di Venezia, nell'80, curata da Paolo Portoghesi, aveva fatto costruire dagli studi di Cinecittà la «Strada Novissima» di cartapesta che l'attraversava.
Walt Disney è un personaggio-chiave di questa evoluzione. Aveva immaginato Epcot, la città del futuro, alla fine degli anni '50, che non riuscì a realizzare. Ma oggi Celebration è una città-Disney costruita agli inizi degli anni '90, che riproduce l'ideale della città «americana», sul modello dello stile vernacolare della main street dei parchi di divertimento.
Oggi c'è Dubai, eccesso attuale che interessa molti artisti e fotografi, il gigantesco cantiere spuntato come Las Vegas dal deserto, veicolata dai venditori di sogni, dove virtuale e reale si confondono (mentre nessuno vede la miseria dei lavoratori immigrati che la costruiscono). O ai nuovi quartieri costruiti alle periferie della grandi città cinesi, «città italiana», «città francese», «città olandese» ecc. La fantasmagoria del vecchio Marx porta oggi a interrogarsi sul ricorso al kitsch come arma del potere.

Supporta il manifesto e l'informazione indipendente

Il manifesto, nato come rivista nel 1969, è sinonimo di testata libera, indipendente e tagliente.
Logo archivio storico del manifesto
L'archivio storico del manifesto è un progetto del manifesto pubblicato gratis su Internet e aperto a tutti.
Vai al manifesto.it