CULTURA & VISIONI

La lingua selvaggia e viscerale di Sacha Naspini

ROMANZI / 1
CALAMANDREI SILVIA,

LIBRI: SACHA NASPINI, I CARIOLANTI, ELLIOT, PP. 158, EURO 16

Si legge d'un fiato e si diffonde per passaparola il romanzo I cariolanti di Sacha Naspini, affabulazione in prima persona di una vicenda, quella di Bastiano, che inizia sottoterra negli anni della Grande Guerra, in un nascondiglio scavato dal padre del protagonista nel bosco, per concludersi nel secondo dopoguerra nella stessa buca, in compagnia dello scheletro del padre ritrovato.
In tempo di guerra, mentre si consuma l'ecatombe nelle trincee, la famiglia di Bastiano vive infatti nei boschi della Toscana e non va tanto per il sottile quando la fame attanaglia. L'immaginario di Sacha Naspini si nutre di riferimenti danteschi, là dove «più del dolor poté il digiuno», e scava nella Maremma profonda, di cui lo scrittore è originario, per catturarci con storie impastate in una lingua primaria e selvaggia, attribuita a un protagonista altrettanto animalesco e viscerale. E sebbene non sia una storia di vampiri o di licantropi, l'ansia che trasmette la lettura del libro è equivalente se non più intensa. Un'ansia simile a quella che i bambini nutrono per i Cariolanti e il loro carrettino sgangherato, con cui i genitori cercano di spaventarli: «Se a cena qualche bimbo viziato non mangia tutto, di notte arrivano loro, ti prendono e ti portano via per mangiarti vivo nella loro tana».
Al romanzo di Naspini l'etichetta di «narrativa cannibale», coniata negli anni Novanta, conviene quasi alla lettera. Si tratta infatti di un esempio della «nuova epica» italiana, o di un iperrealismo surreale, che non ci racconta la barbarie dell'oggi, intrisa di cinismo egoista, ma ci ripiomba in un passato atavico, che è sempre latente e in cui si può ancora precipitare. Il «cattivo selvaggio» Bastiano - che può allearsi con i cani randagi o punirli atrocemente, può invaghirsi della giovane figlia dei padroni che vive reclusa a causa del suo handicap e poi trascinarla alla rovina - ha un rapporto con la natura da uomo primitivo, e la natura può essergli matrigna o benevola quanto gli esseri umani.
La storia passa sopra a Bastiano, senza che lui ne abbia consapevolezza, e quando l'uomo esce di prigione per partire per la guerra del '40 non sa neppure esattamente dove viene trasportato a combattere. Il suo istinto è di sottrarsi, e nella frattura del '43 non si schiera: i boschi sono il suo luogo di elezione, il terreno che conosce meglio per sopravvivere, e non importa se si trovano al di là dell'Adriatico: tutto il mondo è paese. Nel secondo dopoguerra ci saranno poi ritrovamenti e improbabili agnizioni, così che il tono del romanzo rischia di scadere nel feuilleton. L'autore vuole forse ricombinare troppi fili, ma riesce comunque a condurci fino all'ultima pagina senza averci dato tregua e senza rassicurante catarsi.
Il racconto in prima persona di Bastiano ricorda quello di Benji, l'idiota dell'Urlo e il furore di Faulkner, ma qui non c'è una seconda, terza e quarta parte ad aiutarci a sciogliere gli enigmi e a uscire dal disorientamento, cambiando il punto di vista. Rimaniamo insieme a Bastiano sull'orlo della buca. Con questo romanzo breve il giovane autore, che aveva già pubblicato altre storie noir con piccolissimi editori (Il Foglio, Voras, Historica), è approdato alla Elliot: bella e sinistra la copertina che raffigura con una grafica gotica il buco nero in cui Naspini ci vuole attirare.

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