INTERNAZIONALE

Nelle commissioni l'assedio dei lobbisti

«CHANGE»
DILETTI MATTIA,

Il processo di approvazione della riforma sanitaria ha avuto inizio quasi un anno fa. Un tempo lungo, un percorso costellato di difficoltà, trabocchetti parlamentari, battaglie ideologiche e politiche condotte nelle strade, in televisione e dentro le aule del Congresso.
Pur mancando l'approvazione definitiva di un testo comune a Camera dei Rappresentanti e Congresso, più di una volta si è ricorso all'aggettivo «storico»: era quasi un secolo che il Congresso non arrivava a discutere una riforma complessiva del sistema sanitario. E sono proprio le regole del Congresso, quelle scritte e quelle non scritte, la chiave di volta per comprendere le difficoltà enormi che Obama sta affrontando nel cercare di ottenere un successo, qualsiasi esso sia.
Il presidente americano sarà pure il «leader del mondo libero», ma in un sistema politico nel quale i poteri sono effettivamente separati è un soggetto spesso debole, che risponde all'opposizione del Congresso - e dei gruppi di interesse che finanziano le campagne elettorali di deputati e senatori - con le armi più disparate: la costruzione di agenzie ipertrofiche che si occupano di qualsiasi cosa (lotta alla droga, gestione della crisi automobilistica, politiche urbane... Obama ha già nominato quasi 40 «zar» con poteri speciali per altrettante questioni); la minaccia di opporsi alla ricandidatura del tale deputato; lo scambio di risorse e favori (la senatrice Mary Landrieu, democratica moderata della Louisiana, ha sciolto le sue riserve sulla proposta di riforma sanitaria dopo aver ottenuto 300 milioni di finanziamenti per il suo stato); la mobilitazione dell'opinione pubblica; lo strumento della persuasione e della dialettica, quello che Obama ha cercato di utilizzare nel tavolo di ieri.
Molto spesso, quando le cose vanno male, il presidente abdica: asseconda le richieste del Congresso, pone il veto su alcune delle leggi che gli vengono richieste, si butta sulla politica estera. Un po' quello che accadde a Bill Clinton quando non riuscì ad approvare la sua riforma sanitaria: da quel momento in poi la maggioranza repubblicana eletta nel 1994 dettò l'agenda al paese, fino ad approvare - assieme al presidente - una pessima riforma del welfare.
E anche quando la maggioranza è dello stesso colore del presidente manca una lealtà di partito all'europea che garantisca l'approvazione delle leggi (anche se oggi, specialmente tra i conservatori, è l'ideologia a rendere più omogenee le scelte dei parlamentari: i repubblicani, per esempio, sono uniti sotto la bandiera «meno tasse, meno stato», che va bene quando si parla di lavori pubblici o di riforma della sanità).
Il panel di ieri, composto dal presidente e da 40 membri del Congresso, si è giocato sul binario della persuasione, dei congressmen e dell'opinione pubblica: ancora una volta l'obiettivo era quello di mostrare come improrogabile l'approvazione di una riforma. I giocatori che hanno partecipato a questo tavolo apparivano come i principi della Dieta al cospetto dell'imperatore, assai gelosi della propria porzione di sovranità.
Prendiamo il caso di Charles Grassley, il senatore «anziano» che rappresenta il partito repubblicano nella commissione finanze del Senato. È senatore da trent'anni - il tasso di rielezione di un senatore è dell'87%, una carica quasi vitalizia - da dieci fa parte della commissione parlamentare più potente del paese. Il Congresso americano, infatti, non si struttura attorno ai gruppi politici ma al sistema delle commissioni, il vero dominus delle camere federali (nel caso della riforma sanitaria sono state cinque le commissioni, tra Camera e Senato, che hanno licenziato una proposta di legge propria).
Le figure di maggiore rilevanza del Congresso sono i presidenti delle commissioni più importanti, come quella finanziaria (e Grassley l'ha presieduta due volte): in assenza di veri partiti o di strumenti che garantiscano una qualche forma di solidarietà verso il presidente, emerge il potere dei gruppi di interesse, che posseggono a loro volta un vero e proprio potere di veto, grazie alle relazioni strettissime che instaurano con le figure chiave di ogni commissione.
Non solo attraverso lo strumento tradizionale del finanziamento alla politica, ma anche grazie al revolving doors: 41 lobbisti, in rappresentanza di 149 aziende o gruppi di interesse del settore sanitario, hanno fatto parte, in passato, degli staff personali dei senatori che compongono l'attuale Financial Committee del Senato. Mettere paura o convincere con la forza delle parole i principi del senato non sarà impresa semplice.

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