INTERNAZIONALE

Fiasco della diplomazia. Golpisti sempre in sella

HONDURAS - Fallisce la visita a Tegucigalpa della delegazione dell'Osa
BERETTA GIANNI,

E' clamorosamente fallita la missione a Tegucigalpa di sette ministri degli esteri dell'Organizzazione degli stati americani (Canada, Argentina, Giamaica, Repubblica Dominicana, Messico, Costarica e Panama) per dirimere la crisi honduregna scoppiata con il golpe del 28 giugno scorso. Il presidente de facto Roberto Micheletti ha detto loro personalmente che non ha alcuna intenzione di permettere il rientro del deposto Manuel Zelaya. Nella prima riunione fra diplomatici e il successore golpista (che ha ottenuto così una sorta di legittimazione) Micheletti ha confermato che lascerebbe la carica solo per convocare elezioni anticipate. Due giorni prima, quasi ad avvertire la delegazione dell'Osa, la Corte suprema di giustizia aveva ribadito che nel caso Zelaya tornasse verrebbe immediatamente arrestato per i 18 mandati di cattura che la stessa corte aveva emesso contro di lui, a partire dal «tradimento alla patria». I magistrati hanno pure fatto appello al «rispetto della sovranità nazionale dell'Honduras» da parte della comunità internazionale. Insomma a Tegucigalpa fanno come se non fosse successo niente.
Non era del resto servito a nulla nemmeno l'incontro informale (e «privato») a Washington della scorsa settimana fra l'incaricato per l'America latina del dipartimento di stato Usa, Craig Kelly, e rappresentanti del governo golpista. Il piano proposto il mese scorso, su mandato Usa, dal mediatore Oscar Arias, presidente del Costarica, e rilanciato dalla missione dell'Osa, sembrerebbe dunque definitivamente tramontato. Arias proponeva il rientro di Zelaya alla testa di un governo di unità nazionale, previa un'amnistia generale e l'anticipazione delle elezioni previste per il 29 novembre prossimo.
Evidente la tattica dilatoria per guadagnare tempo da parte degli autori del colpo di stato, che avevano peraltro ritardato la missione dell'Osa perché non gradivano la presenza del suo segretario generale, il cileno Miguel Insulza (considerato dalla parte di Zelaya). Ma sia l'Osa sia gli Stati uniti sia l'Unione europea hanno fatto sapere che non riconosceranno nessuna nuova autorità che non scaturisca da un governo legittimo. A questo punto la sospensione dell'Honduras dal seno dell'Osa dovrebbe convertirsi in espulsione. Così come il congelamento di aiuti economico-commerciali e militari, fino ad oggi solo minacciato a parole da Washington (peraltro non estranea alla preparazione del golpe), dovrebbe passare alle vie di fatto. La segretaria di stato Usa Hillary Clinton avrebbe così disposto a partire da oggi il blocco dell'estensione dei visti verso gli States (salvo casi di emergenza) dal paese centramericano. E se si pensa che almeno un milione di cittadini honduregni vivono negli Stati uniti se ne possono immaginare le conseguenze. Ne sarà poi colpita direttamente proprio l'oligarchia golpista di questa residua banana republic, solita recarsi frequentemente a fare shopping a Miami nei fine settimana.
«Non temiamo l'embargo di nessuno», ha ribattuto Micheletti, mostrando al momento una sostanziale compattezza del fronte golpista.
Ma intanto è arrivato puntuale il primo rapporto della Commissione interamericana per i diritti umani (organismo giudiziario dell'Osa) dove si certifica la «illegittimità democratica» in cui versa l'Honduras, e nel quale si denuncia «l'uso sproporzionato della forza pubblica, arresti arbitrari e la limitazione della liberta di informazione».
Intanto Manuel Zelaya staziona in Nicaragua al confine terrestre con l'Honduras. C'è da aspettarsi che non resterà con le mani in mano.

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