MEDIA&SPORT

«Il dominio della natura»

INTERVISTA
RUSSO SPENA GIACOMO

«L'incidente in montagna è parte del gioco. Si può ridurre con qualche accortezza, non annullarlo del tutto». Marco Geri è nato e cresciuto ad alta quota, «i monti sono il mio habitat naturale». Dopo aver scalato vette per il mondo, oggi a 60 anni, è istruttore del Cai (Club alpinisti di Italia) e insegna «Sport in ambiente naturale» alla facoltà di scienze motorie dell'università di Cassino. «L'alpinismo è un'attività poco codificata - spiega - La natura è dominante e l'uomo si deve adattare».
Non sempre ci riesce, quest'anno in montagna hanno perso la vita molte persone.
Come numero assoluto gli incidenti sono in crescita ma bisogna analizzare bene il dato: sono in aumento infatti le persone che esercitano questo sport, quindi in proporzione alla partecipazione direi che è un falso allarme, non c'è alcun trend preoccupante. E' disinformazione.
Va bene, però la gente muore coltivando un hobby. Possibile?
La montagna è imprevedibile e lascia margini di errore. Qui c'è la pericolosità. Non è un territorio artificiale e protetto o gestito da qualcuno. Ad alta quota esistono solo le leggi della fisica. L'unico modo per esser certi di non farsi male è non scalare la montagna.
E modi per ridurre il pericolo?
La conoscenza e consapevolezza possono limitare i rischi. Prima di affrontare una montagna bisogna studiare l'ambiente e analizzare le sue caratteristiche geologiche o approfondire le condizioni climatiche. Molte persone, purtroppo, evitano questa parte, prendono la scorciatoia e scalano le vette senza un preventivo lavoro intellettuale. E si mettono potenzialmente nei guai.
Dilettantismo?
Direi più atteggiamento di pigrizia e, soprattutto, consumismo. La voglia di ottenere il risultato massimo senza pagare il prezzo di un approccio graduale: sono comportamenti privi di cultura. Nove volte su dieci va bene ma quando qualcosa va storto finiscono sui giornali perché vittime di incidenti. Non bastano le capacità tecniche in montagna. Poi certo bisogna reiventarsi ogni volta delle soluzioni nuove. Questo è l'aspetto affascinante di questo sport.
E' una sfida dell'uomo contro le leggi della fisica? Quindi un mettersi sempre alla prova di se stessi?
Assolutamente no. Nel nazifascismo questo elemento è stato enfatizzato e portato a retorica: gli alpinisti venivano portati come campioni della razza. «La lotta con l'Alpe» o altre frasi di stampo militare erano applicate alla scalata delle vette: chiaramente sovrastrutture ideologiche. In realtà gli escursionisti sono atleti che, forse per motivi anche psicologici, trovano un'affinità con l'ambiente e decidono di instaurarci un rapporto stretto. Diretto. Nel caso personale, ad esempio, ho sempre visto montagne, da quando avevo tre anni. E' un habitat naturale per me.
Che sensazione si prova ad arrivare in vetta?
Soddisfazione perché si smette di faticare, subito dopo si ha però voglia di andar via.
Se ne vuole andare il prima possibile?
Certo. In vetta o fa troppo caldo o freddo o tira vento o non hai niente da mangiare. Oppure sei preoccupato per la discesa che, come dimostrano le statistiche degli incidenti, è più pericolosa per l'incolumità fisica e da prendere con più cautela. Nessuna sensazione di onnipotenza. Diverso il discorso dell'arrivo simbolico e onirico della cima: in questo caso, gli alpinisti durante la scalata la sognano. Poi, ripeto, una volta arrivati su l'atleta si rende conto che si trova davanti solo uno stupido mucchio di sassi.
Un paradosso.
Nella salita la vetta appare un trionfo, ma poi meno ci stai meglio è. E si proiettano i desideri sulla montagna che si scalerà il domani.
In caso di difficoltà e pericolo l'aiuto esterno è da voi ben accetto?
In linea di massima gli alpinisti cercano, finché è ragionevolmente possibile, di ritornare a casa coi propri mezzi. Il soccorso alpino corre dei pericoli nel momento del salvataggio, è una questione etica: non si vuole mettere in pericolo altre persone oltre se stessi. Scatta un meccanismo di solidarietà. Poi ci sono persone che «infestano» le montagne e vedono nel soccorso alpino un servizio taxi.
Meno di un mesa fa è morto a cento anni Riccardo Cassin, «l'uomo rupe», simbolo dell'alpinismo italiano.
E' stata una persona di grande umanità e semplicità che ha lasciato come insegnamento forse la cosa più importante: ha dimostrato che con studio e conoscenza della montagna si possono fare grandissime imprese ad alta quota. Senza retorica o atteggiamenti eroici, faceva parlare i fatti. Un maestro.

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