INTERNAZIONALE

Dal sequestro in pigiama al fallito blitz in aereo. Ma ora si rischia la strage

LE TAPPE DELLO SCONTRO - La crisi ha rimesso in gioco i movimenti di sinistra. Si teme un inutile spargimento di sangue
BERETTA GIANNI,

Non è passato ancora un mese dall'incruento golpe del 28 giugno in Honduras, un'azione di forza assurda che potrebbe avere presto esiti tragici.
Quella domenica all'alba Manuel Zelaya viene prelevato, letteralmente in pigiama, dalla casa presidenziale e deportato di peso dall'esercito, via aerea, in Costarica. Tutto il mondo, colto di sorpresa dagli eventi di questo paese semi sconosciuto, condanna senza indugi. Ma a Tegucigalpa, che resta in una sostanziale calma, tutti quelli che contano (anche, a sorpresa, il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga) fanno subito notare con aria disinvolta che non c'è stato nessun colpo di stato: Zelaya sostengono - è stato prelevato non più nelle funzioni di capo di stato, perché oggetto di 18 mandati di cattura trasmessi dalla Corte suprema di giustizia per «tradimento alla patria». Ma allora perché non l'hanno arrestato? Risposta: non sapevamo dove metterlo.
Dal canto suo Zelaya, membro dell'oligarchia liberale convertitosi quasi all'improvviso alla sinistra (fino ad aderire all'Alternativa bolivariana), intendeva realizzare un «sondaggio non vincolante» sull'ipotesi di convocare un'assemblea costituente e rendere così forse possibile la sua rielezione). Ma il Congresso, dove poteva contare appena cinque deputati su 128, gli dice «no». Zelaya allora ordina all'esercito di distribuire ugualmente schede e urne che gli aveva fatto pervenire Hugo Chavez dal Venezuela. I militari rifiutano; Zelaya li rimuove; ma essi decidono di sbarazzarsi di lui. L'Organizzazione degli stati americani (Obama compreso, nonostante l'atteggiamento ostile verso gli Usa di Zelaya) delegittima prontamente i golpisti, espellendo una settimana dopo l'Honduras (come fece con Cuba quasi mezzo secolo fa). Zelaya assurge a vittima planetaria. La domenica successiva il deposto presidente tenta un primo rocambolesco ritorno via aerea su Tegucigalpa (a bordo di un aereo di Chavez); sorvola per due volte a bassa quota l'aeroporto, ma la pista viene occupata dai blindati. «Se non abbandoni subito lo spazio aereo ti mando i caccia», gli intima via radio l'honduro/italiano Roberto Micheletti, suo storico nemico di partito, nel frattempo eletto presidente de facto dal congresso.
Negli ultimi dieci giorni arriva il tentativo di mediazione del presidente del Costarica, Oscar Arias, con l'unica proposta possibile praticabile: il reinsediamento di Zelaya, senza pretese di rielezione. Zelaya risponde con un mezzo «sì». I golpisti con un secco «no». Sul primo preme il venezuelano Chavez; i secondi sono fomentati sotto banco dai falchi repubblicani Usa dell'ex sottosegretario di stato per l'America latina, Otto Reich. Entrambi i campi sembrano avere l'interesse di radicalizzare l'istmo centroamericano, col risultato di mettere in difficoltà l'amministrazione Obama, che attraverso Hillary Clinton aveva promosso il tentativo conciliatorio di Arias.
Se c'è un dato positivo in tutta questa crisi, è la resurrezione dei movimenti di sinistra in Honduras, eliminati fisicamente negli anni '70 e '80 dai militari.
Ma il rischio è che vadano incontro a un inutile spargimento di sangue per conto terzi. Non è ben chiaro infatti quali siano le «truppe» che attendono Zelaya sulla frontiera honduro-nicaraguense. Né quale possa essere un piano d'azione praticabile di fronte a un esercito schierato al completo. Col paradosso che se una volta l'Honduras era il santuario dei contras nella guerra ai sandinisti, il Nicaragua del caudillo Daniel Ortega di oggi potrebbe convertirsi nel rifugio e retroguardia dei zelaysti armati. Il tutto per appena cinque mesi che mancherebbero a Zelaya per concludere fisiologicamente il suo mandato.

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