INTERNAZIONALE

Fallisce la mediazione «Rischio guerra civile»

HONDURAS Continua il braccio di ferro tra i golpisti e Zelaya
BERETTA GIANNI,

«Il presidente Oscar Arias non è riuscito ancora a capire che il reinsediamento di Zelaya a presidente è assolutamente inaccettabile; insistere su questo punto costituisce un'intromissione negli affari interni dell'Honduras». Sono le secche dichiarazioni di Carlos Lopez, capo-delegazione del golpista Roberto Micheletti al termine della seconda tornata di colloqui a San Josè di Costarica per dirimere la crisi honduregna, scatenata dal colpo di stato del 28 giugno scorso.
Il mediatore Arias, presidente tico e nobel per la pace, aveva presentato la scorsa settimana, ai rappresentanti del governo de facto e a quelli del deposto presidente Manuel Zelaya, una proposta articolata in sette punti, il primo dei quali prevede il ritorno del presidente legittimo; vi si contempla pure un'amnistia generale, un governo di unità nazionale, l'anticipo ad ottobre delle elezioni generali previste per fine novembre; e l'impegno da parte di Zelaya a non promuovere alcun referendum di modifica della Costituzione (rinunciando così a qualsiasi pretesa di rielezione).
Lopez, che occupa l'interim degli esteri dopo le rapide dimissioni del primo cancelliere golpista Enrique Ortez (che si era riferito a Obama come a «il negretto che non capisce niente» per la sua condanna del golpe) ha messo pesantemente in discussione «l'infelice snaturamento della mediazione» di Arias. Quest'ultimo ha fatto sapere che invece «la delegazione del presidente Zelaya ha accettato integralmente la mia proposta».
In realtà poco dopo il quotidiano brasiliano Folha de S.Paulo riportava un'intervista a Zelaya dove smentiva di essere disposto a rinunciare a una consultazione popolare per riformare la carta costituzionale; e di non essere per niente d'accordo con un governo di unità nazionale.
Sta di fatto che il dialogo è fallito; e considerato chiuso dagli emissari di Zelaya, il quale torna a minacciare che rientrerà «di sorpresa in qualche punto del territorio honduregno». Anche se rispetterà le 72 ore chieste da Arias per fare un ultimo tentativo di conciliazione. «Vedremo se con gli sforzi che faremo nelle prossime 72 ore riusciremo a evitare che in Honduras ci sia uno spargimento di sangue - ha inoltre dichiarato Arias - Una buona parte del popolo honduregno è armata». A Tegucigalpa, intanto, Micheletti ha ripristinato il coprifuoco notturno che aveva sospeso qualche giorno fa.
A questo punto, oltre al presidente del Costarica, la palla torna nelle mani dell'Organizzazione degli stati americani (Osa) la cui assemblea generale tornerà a riunirsi per «ampliare le forme di pressione», ha assicurato il suo segretario, il cileno Miguel Insulza, che ha aggiunto «Micheletti dovrebbe dare retta a Oscar Arias altrimenti la sua sarebbe una follia che potrebbe costare molto cara all'Honduras». E la commissaria Ue alle relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner, ha annunciato che la Ue ha deciso di congelare aiuti di bilancio all'Honduras per 65,5 milioni di euro.
Dopo il nulla di fatto di San Josè risalta in maniera sempre più evidente che sulla crisi honduregna è in atto un sordo braccio di ferro fra repubblicani Usa (che appoggiano sottobanco il governo golpista) e amministrazione Obama. Non si potrebbe spiegare altrimenti l'intransigenza di Micheletti, completamente isolato sul piano internazionale; ma che cerca di guadagnare tempo per tenere sulla graticola la segretaria di stato Hillary Clinton; che a questo punto, per coerenza, dovrebbe mettere in atto la minacciata sospensione degli aiuti sia civili che militari all'Honduras (una sorta di incipiente embargo analogo a quello praticato contro Cuba da quasi mezzo secolo).
Sull'altra sponda anche i leader della sinistra radicale, a cominciare dal presidente venezuelano Hugo Chavez, stanno aspettando al varco le mosse concrete sia dell'Osa che della Clinton. Il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, nel discorso per il XXX° della cacciata del dittatore Somoza, oltre ad annunciare anche lui l'intenzione di indire un referendum per la sua rieleggibilità (nel 2011), ha accusato Arias di stare «dalla parte degli yankee e dei golpisti». Zelaya era a Managua in questi giorni ed è proprio dal Nicaragua che potrebbe contare su tutto il supporto necessario per rientrare. Il governo di El Salvador (anch'esso confinante con l'Honduras) del neopresidente di sinistra, Mauricio Funes, pur condannando duramente il golpe, sta mantenendo un atteggiamento più prudente.

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