L'ULTIMA

Sergio Ramirez, un sandinista dalla parte del torto

INTERVISTA
BERETTA GIANNIMANAGUA

«Il Fronte sandinista di oggi non ha più niente di rivoluzionario; al fervore, alla mistica di quegli anni si è sostituito un progetto populista e autoritario di una sola persona che sta portando il Nicaragua alla rovina politica e materiale». mastica amaro Sergio Ramirez, affermato scrittore e da sempre massimo custode del pensiero di Sandino, il «generale di uomini liberi». Paradosso vuole che la «sola persona» cui Ramirez si riferisce sia il presidente in carica Daniel Ortega, del quale fu vice durante l'intero decennio rivoluzionario.

Dunque una rivoluzione rimossa?
Nel duemila, quando si riepilogavano gli eventi salienti del secolo scorso, nessuno ha menzionato la rivoluzione sandinista; è morta, sepolta nel passato, perché priva di ogni attualità.

Anche in entità democratiche come l'esercito e la polizia, che negli altri paesi centroamericani continuano invece ad incutere timore?
L'esercito e la polizia hanno vissuto il proprio processo di istituzionalizzazione guadagnandosi rispetto. Ma oggi rischiano di essere sottomesse al partito di governo (Ortega vuole nominare un parente stretto a capo delle forze dell'ordine, ndr). Se facciamo un bilancio generale fra passato e presente la somma è negativa. Il Nicaragua è più povero. Oltre la metà della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. I ricchi, quelli di una volta cui si è aggiunta l'elite sandinista, sono più ricchi di prima. E l'etica della rivoluzione si è polverizzata; per questo nessuno più la ricorda.

Come si spiega questa involuzione?
Il primo crac è stata la «pignatta» dei due mesi di transizione seguiti alla sconfitta elettorale del febbraio '90, quando ingenti beni dello stato passarono a mani private col pretesto di preservarli per il partito. Negli anni successivi l'arricchimento illecito di molti dei nostri si è agganciato come due vagoni di un treno all'autoritarismo antidemocratico.

Lei allora era capogruppo del Fronte in parlamento.
C'erano due correnti nel partito. Quelli che come me ritenevano che il Fronte dovesse assicurare l'alternanza democratica secondo la costituzione che noi stessi avevamo promulgato, e secondo la quale si erano passate pacificamente le consegne al nuovo governo dopo l'esito negativo delle urne. Gli altri che invece erano per la ripresa del potere a tutti i costi. Purtroppo si impose quest'ultima, che puntò a destabilizzare la presidente Violeta de Chamorro. Se il Fronte avesse seguito il progetto democratico si sarebbe rafforzato, tornando probabilmente a governare molto prima. Invece si è saldato con la destra più reazionaria e corrotta (dell'ex presidente Arnoldo Aleman, ndr) in un perverso patto di potere che ha fatto regredire il Nicaragua ai tempi bui della dittatura, sacrificando gli originari principi di giustizia e trasformazione sociale.

Vuole dire che fra somozismo del passato e l'orteguismo odierno non c'è molta differenza?
È un regime che schiaccia le istituzioni pubbliche, manipola i giudici, controlla la corte dei conti, intimidisce i media; e che alla fine conta anche i voti.

C'è chi parla di processo di fascistizzazione in corso.
E cos'altro sarebbero le aggressioni con pietre e bastoni contro l'opposizione per impedire le sue manifestazioni; o le irruzioni violente nelle università? Solo che al posto delle camicie nere le squadracce indossano magliette con la scritta «l'amore è più forte dell'odio». E poi ancora l'arruolamento forzato nel partito, soprattutto nel settore pubblico. Tutto ciò mi fa venire in mente Mussolini. Manca solo che istituiscano gli esercizi di marcia obbligatoria.

Lei è tra i fondatori del Movimento rinnovatore sandinista (Mrs) cui è stato rimproverato alle ultime elezioni amministrative (vinte coi brogli dal Fronte sandinista) di essersi unito alla destra liberale all'insegna del «tutti contro Ortega». Non sarebbe stato meglio chiamare all'astensione?
Capisco l'obiezione, ma cosa potevamo fare dopo l'arbitraria esclusione elettorale del Mrs che nel 2006, con un candidato presidenziale improvvisato per la morte del nostro Herty Lewites, aveva ottenuto duecentomila voti (contro i 900mila del Fronte) diventando il secondo partito della capitale? È stato pesante votare la bandiera rossa del liberale Montealegre che è anche la stessa del corrotto Aleman. Ma tutti i democratici si devono unire per impedire il ritorno ad una dittatura.

Come si rivolgerebbe ai caduti nella lotta al somozismo e nella guerra ai contras; e anche alle centinaia di migliaia di cosiddetti «sandalisti» che vennero in Nicaragua da tutto il mondo entusiasti della rivoluzione?
Che è valsa la pena di lottare e credere in una causa giusta. E che non devono farsi ingannare dalle falsificazioni del governo in carica; confidando comunque che questo paese non ha futuro senza il sandinismo, che recupererà la bandiera dell'etica e della dignità che erano di Sandino.

Da qualche tempo ha lasciato ogni incarico di partito.
Resto un militante, un uomo di sinistra; i miei ideali sono gli stessi di quando avevo 17 anni. Sono in una situazione felice: quando ero un dirigente rivoluzionario cercavo le ore per scrivere; ora sono le ore che mi vengono a cercare. Ma non smetterò di lottare perché i nostri giovani possano sedersi anch'essi al banchetto della civilizzazione.

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