CULTURA & VISIONI

Gli anni '60 e '70 sotto l'occhio ironico di Peter Carey

ROMANZI
ALBERTAZZI SILVIA,

LIBRI: PETER CAREY, PICCOLO FUORILEGGE, FELTRINELLI, PP. 288, EURO 17
Sarebbe interessante conoscere la motivazione che ha spinto l'editore italiano a scegliere un titolo così insulso per la versione nella nostra lingua dell'ultimo lavoro di Peter Carey. Intitolato in originale His Illegal Self (letteralmente, Il suo io illegale), il romanzo diventa, in italiano, Piccolo fuorilegge, spostando l'accento dalla complessa vicenda umana del protagonista, sbalzato dagli agi di Park Avenue a New York alla clandestinità tra gli hippies di una comune australiana, alla sua giovane età, connotata da un aggettivo, «piccolo», che rimanda a certa letteratura demodé per ragazzi, costruita sui cascami del Dickens più sentimentale. Né aiuta alla giusta collocazione del romanzo il sostantivo «fuorilegge», anch'esso piuttosto datato, e per di più vagamente eufemistico. Per sgombrare il campo da ogni ulteriore malinteso, vale la pena mettere subito in chiaro che il nuovo romanzo dell'australiano Carey, pur avendo al centro la figura di un bambino, non è una narrazione per «giovani adulti», né è una storia di microcriminalità infantile o adolescenziale, pur toccando situazioni decisamente «illegali». Si tratta, invece, della rivisitazione ora divertita ora problematica, ma assolutamente mai nostalgica, del periodo storico che coincide con la giovinezza e la prima maturità dell'autore, dai tardi anni Sessanta ai primi anni Settanta, in cui lo stesso Carey, esponente di quella controcultura bohémien che nel giro di pochi anni rivoluzionò il clima intellettuale australiano, sperimentò la vita in una comune, tra i figli dei fiori.
Per raccontare le illusioni, le ingenuità, le contraddizioni e gli errori di quel periodo, Carey immagina la vicenda di un ragazzino, dall'emblematico nome di Che, figlio di una ricca intellettuale americana e di un attivista radicale, entrambi passati alla lotta armata intorno al '68. Cresciuto dalla nonna nell'alta borghesia newyorkese, il bambino, in seguito a un improbabile rapimento, si trova coinvolto in circostanze avventurose, che lo vedono, da ultimo, nascondersi nel profondo outback australiano, insieme alla donna che suo malgrado lo ha sottratto alla famiglia e che, braccata dalla polizia, non trova di meglio per la loro sussistenza comune che la vita balorda e priva di comodità di uno strampalato gruppo di hippies.
Entrambi fuorilegge per caso, Che e la donna devono imparare non solo a sopravvivere, ma anche e soprattutto a convivere, a sopportarsi, ad amarsi, infine, quasi come madre e figlio. La ragazza, una studiosa senza alcuna esperienza di maternità, deve far fronte alle necessità di un bambino cresciuto nella bambagia, il quale, dal canto suo, non avendo un chiaro ricordo dei propri genitori, arriva a dubitare che la donna con cui si trova a vivere in clandestinità sia la sua stessa madre. È in questo rapporto tra Che e Dial, la ragazza che lo ha rapito, che si manifesta tutta l'abilità di Carey nel sondare l'animo umano: infatti, se Che è ritratto, si direbbe, con sguardo paterno, in Dial, Carey riesce a mettere a nudo l'ambivalenza dell'istinto materno, la reazione femminile ambigua al bambino, visto come un peso e un ostacolo nella fuga verso la libertà, da un lato, e come un ricettacolo e un dispensatore di amore, dall'altro.
La critica ha individuato influssi dickensiani in questo romanzo; il risvolto di copertina parla di «ritmi che rammentano i romanzi ottocenteschi». Tuttavia, se di antecedenti classici si può parlare per questo lavoro, viene alla mente piuttosto Capitani coraggiosi di Kipling che non David Copperfield : e il respiro della narrazione, in cui si susseguono periodi piuttosto brevi, dialoghi di poche battute, descrizioni scarse e stringate, è puro Carey del XXI secolo, ben lontano dal periodare lento ed esplicativo degli autori vittoriani e da certa loro tendenza al sentimentalismo. L'attrattiva del romanzo risiede, invece, proprio nella mancanza di patetismo, nel raccontare una storia di formazione sui generis, che si srotola su una «strada ingombra» e prelude, come ci informa Carey nell'ultima pagina, a una vita «comica e, di quando in quando, disastrosa».

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