POLITICA & SOCIETÀ

Bengalese pestato, violenze a raffica nelle periferie romane

RAZZISMO
CALVISI PIETRO, RUSSO SPENA GIACOMOROMA

Con quest'ultima fanno trenta. Una aggressione a uno straniero ogni tre giorni dall'inizio dell'anno. Soprattutto in periferia ma anche non tanto, considerando il pestaggio di una coppia di francesi a Ponte Milvio. L'ultima della serie è cominciata così: «Stronzo dammi il portafogli e torna nel tuo paese». Poi una bottigliata sulla fronte e giù botte. È durata pochi secondi l'odissea di Abul Kashem, ventitreenne del Bangladesh che lavora da tre anni come lavapiatti in un ristorante, aggredito sabato sera alle 22 nel parco in Viale dell'Acquedotto Alessandrino, nel quartiere romano di Tor Pignattara, da un gruppo di giovani. «Mentre ero sotto un arco, per ripararmi dalla pioggia - racconta Abul - mi sono saltati addosso all'improvviso e mi hanno immobilizzato. Erano in cinque, bianchi, sotto i trent'anni e parlavano bene l'italiano. Dopo avermi derubato di 140 euro e aver sbattuto il cellulare a terra, perché non gli piaceva, sono scappati di corsa». Il referto parla di suture cutanee e di una prognosi di sette giorni. Nessuna denuncia però è stata sporta dalla vittima, perché irregolare e preoccupata per una eventuale espulsione.
Aggressioni come questa, a Tor Pignattara, sono le ultime di una lunga serie di attacchi a immigrati in una città sempre più xenofoba. «Non è la prima volta che accadono cose del genere - ci hanno detto altri bengalesi intervistati nel parco - anzi, spesso capita che il fine settimana ragazzi italiani un po' bevuti ci vengono ad infastidire soprattutto se siamo da soli. Ecco perché cerchiamo di evitare i posti isolati e ci muoviamo in compagnia». Lo dimostrano anche i dati dell'Osservatorio sul razzismo e le diversità dell'università Roma Tre: nel 2009 sono già trenta i pestaggi denunciati solo dalle associazioni culturali bengalesi. Ovviamente molti di più quelli che invece rimangono sotto silenzio.
Come avvenuto inizialmente per Mohammad Basharat, un negoziante pakistano di 35 anni, aggredito lunedì 23 da un gruppo di ragazzi a Tor Bella Monaca. La notizia è venuta fuori dopo una settimana e solo perché la vittima è ancora in coma all'ospedale Casilino per un'emorragia interna causata dai colpi subiti. «Ha sbattuto la testa per terra dopo il pugno ricevuto» racconta Naziq Muheed, presente con lui nel momento del raid dei ragazzi. Forse poco più che maggiorenni e tutti con testa rasata e look fascistoide. Sono le nuove generazioni delle zone romane disagiate: passano i pomeriggi al «muretto» e crescono con l'odio per il diverso. E Tor Bella Monaca non è nuova a tali fatti: nei mesi scorsi delle baby gang si sono scagliate contro rumeni e un cinese. Stessa musica per gli altri quartieri «popolari» del Trullo, Torre Angela e, ora, Tor Pignattara. «Gli episodi di razzismo sono in aumento soprattutto in certe periferie cariche di frustrazioni e odio» afferma Ejaz Ahmad, membro della consulta islamica e componente della comunità pakistana in Italia, che s'indigna di fronte al silenzio di fronte al caso di Basharat (la moglie incinta, appresa la notizia dell'aggressione, ha perso il figlio): «Possibile che questa non sia una notizia? - si domanda - possibile che la deriva che stiamo vivendo ci abbia anestetizzato a tal punto da non percepire la banalità del male che impregna il paese? Il non intervento nelle politiche di integrazione non è astensione ma compartecipazione alla violenza e ogni episodio razzista ha sempre una matrice politica responsabile». Eppure la destra fa finta di non capire, tace sul razzismo e liquida queste aggressioni come «violenza giovanile» dettata da un contesto difficile.

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