SPECIALE INTERNAZIONALE

Il casus belli di Racak, una bugia per l'attacco

KOSOVO 1999 · Il massacro di gennaio fu una delle «motivazioni» dell'offensiva aerea della Nato
BOARI TIZIANA

Ricordate il «massacro» di Racak» che nel gennaio 1999 segnò l'escalation della crisi in Kosovo, predisponendo l'opinione pubblica mondiale alla guerra della Nato? Ancora in attesa della pubblicazione del rapporto finale della squadra di medici forensi finlandesi incaricati dall'Ue, il manifesto , insieme al Berliner Zeitung , aveva avuto occasione già nel 2000 di esaminare i protocolli di autopsia delle vittime: non vi erano assolutamente elementi per concludere che quella di Racak fosse un'esecuzione sommaria contro civili inermi. Tesi che fu invece alla base delle dichiarazioni, affrettate e strumentali, di William Walker, capo della missione di verifica dell'Osce, un generale Usa assurto a ranghi diplomatici per i «buoni servigi» resi al dipartimento di Stato e alla Cia nel Salvador dei massacri. Che accusò la polizia e le forze armate jugoslave, il giorno stesso della scoperta delle 45 vittime, il 16 gennaio 1999. Eppure il giorno prima del ritrovamento dei corpi a Racak si era svolta una battaglia tra truppe serbe e Uck. Il villaggio si presentava vuoto dopo la fuga degli abitanti allarmati. I guerriglieri ormai controllavano la zona e avevano ucciso giorni prima 4 poliziotti serbi. Furono loro a guidare Walker sul luogo del «delitto». Emersero poi novità, finalmente ufficiali, contro la tesi di Walker. E subito dalle anticipazioni di un articolo, che fece scalpore, sulla rivista scientifica Forensic Science International (www.elsevier.nl), a firma dei tre medici forensi finlandesi Juha Raunio, Antti Penttilä e Kaisa Lalu, membri dell'equipe di esperti Ue guidata dalla dottoressa Helena Ranta, dove emergeva che il rapporto finale sul caso di Racak non giungeva affatto a concludere che si trattò di un massacro di civili disarmati ad opera delle forze di sicurezza serbe. Le indagini furono condotte inizialmente da una squadra di medici legali jugoslavi e bielorussi, ai quali si aggiunse poi l'equipe finlandese, giungendo a conclusioni analoghe, mai ufficializzate fino all'aprile del 2000. L'équipe di esperti era incaricata dall'Ue di rispondere a domande decisive sulla identità delle vittime: causa, modalità e ora del decesso, circostanze della morte ed eventuali mutilazioni. Ora nel rapporto finale si concludeva addirittura che l'équipe «non è stata in grado di stabilire che le vittime fossero originarie di Racak», né di ricostruire «la loro posizione sul luogo dell'incidente» e gli eventi intercorsi fino all'esecuzione delle autopsie. Ma i tre esperti finlandesi non si fermano qui e spiegano che sui cadaveri «non esistono tracce di mutilazioni eseguite successivamente» per mano umana. Indicando con meticolosità che sui 40 cadaveri esaminati (5 furono sottratti alle autopsie) erano state ritrovate da una a 20 ferite da arma da fuoco. Solo in un caso erano state rilevate tracce di polvere da sparo, da far sospettare un'esecuzione avvenuta. Eppure il Tribunale dell'Aja, sostenendo la tesi del massacro di civili inermi, pose Racak tra i primi capi di imputazione nell'incriminazione contro Milosevic, emessa nel maggio del 1999, quando l'opinione pubblica mondiale era sconvolta dai crimini degli «effetti collaterli» dei raid della Nato che duravano dal 24 marzo.

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