INTERNAZIONALE

Una corsa di cento ore per la nuova leadership

OBAMA
TONELLO FABRIZIO,

Anche all'osservatore distratto non può essere sfuggito, nei primi quattro giorni di amministrazione Obama, che il nuovo presidente ha una profonda comprensione di cosa significhi leadership e di come sia determinato a fare le cose per le quali è stato eletto. La lista degli atti simbolici che ha compiuto fra martedì a mezzogiorno e sabato alla stessa ora rappresenta un completo ripudio di otto anni di amministrazione Bush e, nelle prime 100 ore della sua presidenza, ha fatto cose, come la chiusura di Guantanamo, che sarebbero state assai più difficili da realizzare in seguito, quando l'opposizione repubblicana avrà ripreso fiato e i grandi giornali avranno un atteggiamento meno favorevole.
Il contrasto con i primi giorni della pasticciona amministrazione Clinton, che riuscì a trovare un ministro della Giustizia accettabile solo al terzo tentativo e distrusse in pochi giorni, nel febbraio 1993, gran parte del suo capitale politico nella controversia sui gay nelle forze armate, non potrebbe essere più evidente.
Il primo segnale di autentica leadership, Obama lo ha lanciato martedi, appena 60 secondi dall'inizio del suo discorso inaugurale, quando ha alzato la voce per dire che nei momenti di crisi l'America è andata avanti «non solo per l'abilità o la preveggenza di coloro che la dirigevamo ma perché noi, il Popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri padri e ai documenti su cui questo Paese è stato fondato». Non c'era nulla di rituale in questo omaggio alla Costituzione: era piuttosto uno schiaffo all'uomo che sedeva un po' più indietro, alla sua sinistra, George W. Bush, che per otto anni aveva calpestato quasi ogni singolo articolo del documento del 1787.
E la voce è rimasta dura, il corpo teso, l'espressione contratta, mentre proseguiva nella sua requisitoria: «La nostra economia si è indebolita come conseguenza dell'avidità e dell'irresponsabilità di alcuni ma anche della nostra incapacità collettiva di fare scelte difficili e di preparare la nostra nazione per una nuova era». E qui era palese che il nuovo Presidente era arrabbiato non solo con i repubblicani, con i petrolieri, con i banchieri di Wall Street ma anche con i suoi concittadini, con il partito democratico, con se stesso, per non aver saputo impedire il disastro.
Obama ha proseguito promettendo di «ridare alla scienza il suo giusto posto» (dopo anni in cui l'amministrazione Bush ha negato che l'effetto serra esistesse) e ha continuato: «ogni giorno ci sono nuove prove del fatto che il modo in cui usiamo l'energia rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta». Dietro di lui, il rappresentante dei petrolieri , il vicepresidente Dick Cheney, ascoltava impassibile sulla sua sedia a rotelle.
Nei suoi 18 minuti di discorso, Obama è tornato alle origini della nazione: «Noi respingiamo come falsa l'alternativa tra la sicurezza e i nostri ideali». Dietro di lui, George W. Bush, l'uomo di Guantanamo e della tortura, ascoltava impassibile.
Questo è stato il primo giorno. Il secondo, Obama ha smantellato la cultura della segretezza del suo predecessore, ampliando l'area di applicazione del Freedom of Information Act, e ha instaurato regole più severe per chi lavora nel suo governo, compreso un taglio degli stipendi ai massimi dirigenti. Il terzo ha deciso la chiusura entro un anno di Guantanamo, ribadito solennemente che gli Stati Uniti non praticano la tortura e rispettano la convenzione di Ginevra, revocato la decisione dell'amministrazione Bush di sopprimere i finanziamenti alle organizzazioni non governative che facilitano la contraccezione nei paesi più poveri. Decisioni che lo mettono in rotta di collisione non solo con il Vaticano ma anche con le potenti lobby conservatrici cresciute dopo l'11 settembre e anche oggi tutt'altro che scomparse. Sicurezza nazionale, diritto a portare armi e aborto sono tre temi sui quali i militari, la National Rifle Association e i fondamentalisti evangelici cercheranno di mobilitare l'opinione pubblica, ora che il partito repubblicano è ancora semistordito dalla sconfitta elettorale.
Infine, venerdì, il nuovo presidente ha incontrato i leader democratici e repubblicani del Congresso, per accelerare il varo del programma economico anticrisi. Ha fatto alcune concessioni all'opposizione, inserendo una serie di tagli fiscali e mettendo tacitamente da parte il progetto di aumentare le tasse ai milionari. Quando il deputato della Virginia Eric Cantor ha riproposto l'approccio repubblicano sull'economia, Obama ha semplicemente risposto: «Capisco che qui ci sono differenze filosofiche tra noi. Ma le ho vinte io e quindi si farà come dico io».
Tutto questo è particolarmente significativo perché Obama è un leader nuovo, circondato di democratici mentalmente e politicamente «vecchi». Non solo la sua amministrazione è piena di clintoniani (da Hillary in giù) ma ha come consigliere economico quel Larry Summers che negli anni Novanta fu uno degli inventori della deregulation finanziaria da cui nasce il disastro attuale, come il premio Nobel Paul Krugman non si stanca di ricordare ogni giorno dalle colonne del New York Times. Infine, i leader democratici in Congresso, Nancy Pelosi e Harry Reid sono particolarmente deboli e incapaci di creare solide maggioranze. L'unica speranza degli Stati Uniti di uscire dalla crisi consiste quindi nelle capacità di leadership di Obama, quella mistura di carisma personale, chiarezza intellettuale e fedeltà ai propri valori che si trova solo nei grandi dirigenti.
E' un peso quasi insopportabile per un uomo solo, anche se sostenuto dal consenso di due americani su tre. Obama sembra però avere le qualità richieste ai leader: ispira fiducia, mostra compassione per i più deboli, promette stabilità e speranza ai suoi concittadini. Fino a che continuerà a muoversi come durante la transizione, e in questi primi quattro giorni dentro l'ufficio ovale, gli americani continueranno a guardarlo come qualcuno in grado di camminare sulle acque e di moltiplicare i pani e i pesci.

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