CONTROPIANO

Sandro, «scomodo» prezioso compagno

CASTELLINA LUCIANA,

«È ovvio, siamo negli anni della leva». È la frase che con un po' di ironia ci ripetiamo fra i coetanei nati a cavallo degli anni '20 e '30 quando qualcuno di noi se ne va. Sempre più spesso, perché è la natura che viene a ricordarci i suoi tempi.
Facile a dirsi: la natura, il tragitto naturale della persona umana, la vecchiaia e il decesso come scadenze non discutibili. E invece non è facile per niente. È meno triste, certo, e meno ingiusto, di quando a morire è qualcuno non ancora «di leva». Lo dovrebbe essere ancora meno se a lasciarci è qualcuno che ha avuto una vita piena e felice, come quella che ha avuto Sandro Curzi. Eppure, proprio perché 78 anni rappresentano una infinita quantità di fatti, quando se ne va uno come Sandro che quel lungo arco di tempo l'ha riempito fino al colmo, la violenza e l'innaturalità della morte si sente ancora di più. Tanto di più perché Sandro era straordinariamente vitale, attivo e appassionato alle cose della vita. Anche in questi ultimissimi tempi in cui era già così provato dal suo male e sapeva di stare per andarsene e mi diceva: «Quel che mi scoccia è che non riuscirò a sapere come va a finire». E non si riferiva, ovviamente, solo alla vicenda della Rai,in cui era dentro fino al collo, ma a quella, più generale, della sinistra italiana, dei cui drammi pativa come della sua malattia. E triste, è la sua morte, soprattutto perché Sandro era maledettamente simpatico.
Non vorrei, come spesso accade in queste occasioni, parlare della mia vita anziché di quella di chi è scomparso. Ma nel caso di Sandro Curzi mi è quasi impossibile discernere : eravamo già insieme a scuola a 13 anni, al Tasso, nell'anno di grazia '43-44, anche se io non capivo ancora niente e lui invece, con un altrettanto giovanissimo Citto Maselli, in contatto con i più anziani appena usciti da quel Liceo - Pintor, Reichlin, Savioli - era riuscito a partecipare alla Resistenza. Poi l'ho avuto come direttore - il mio primo direttore - a Nuova Generazione, carica nella quale gli succedetti. Anni di lavoro comune, e non anni facilissimi: cominciammo alla fine del fatidico 1956, e le copie del settimanale furono pubblicamente bruciate dai nostri stessi compagni della Fgci di Rovigo, che non avevano apprezzato le corrispondenze che da Varsavia ci inviava Anna Bratowska, redattrice del Poprostu, il giornale degli studenti polacchi in rivolta contro il loro regime. Né apprezzarono dopo quelle che Enrico Gualandi ci mandò da Budapest perché raccontavano di un pezzo di gioventù operaia ungherese che aveva partecipato alle proteste ma che nel dopo repressione si sforzava di tener vive nelle fabbriche spazi di democrazia.Un periodo che nessun altro aveva interesse a raccontare.
Sandro seppe reggere con equilibrio il giornale in quella fase di travaglio in cui il mito socialista si era già incrinato - e lo scrivevamo - ma l'Urss sembrava ancora avere un ruolo positivo, perché c'era il terzo mondo che accedeva all'indipendenza, Bandung, lo strepitoso successo dello Sputnik e di Gagarin, insomma una speranza. A difenderci contro le rigidità censorie del partito ci fu spesso nientemeno che Palmiro Togliatti. Alla parete dietro alla scrivania di Sandro era attaccata una lettera del segretario del Pci, in cui ci dava ragione per aver visto del buono nei «teddy boys», specie di fricchettoni dell'epoca, che avevano fatto arricciare molti nasi di Botteghe Oscure.
Ma Sandro è stato sempre precoce, per cui quando venne al settimanale della Fgci era già giornalista consumato, reclutato, diciannovenne, da La Repubblica d'Italia, quotidiano indipendente e fiancheggiatore del Pci, precursore di Paese sera, di cui fu in seguito vicedirettore, prima di approdare a L'Unità. L'aveva imparato bene, il mestiere. Non solo per lo straordinario fiuto per la notizia, ma per la sua vitalità: se quando pure il giornale era già in tipografia arrivava sentore di qualcosa di rilievo, non si scoraggiava mai, non si rassegnava, né trovava accorgimenti: ci imponeva di buttare via tutto e di rifare tutto daccapo.
Sono queste sue qualità che - quando, a metà degli anni '70, la forza conquistata dalla sinistra permise di aprire qualche spazio nella Rai - gli consentirono di inventarsi il TG3, una novità assoluta nel panorama giornalistico, tutt'ora un modello e non a caso con odio ribattezzato dalla destra «Telekabul» (l'Afganistan denunciato era allora quello occupato dai sovietici).
Altri che in questa seconda parte della sua vita gli sono stati a fianco possono raccontare meglio di me le vicissitudini Rai, così come il passaggio a Telemontecarlo e il grottesco licenziamento subito da Cecchi Gori, la sua esperienza di sindacalista alla Federazione della stampa.
Ma Sandro Curzi, vorrei ricordarlo, non è stato solo un giornalista. Non a caso ha fatto avanti e indietro dagli incarichi nell'apparato del partito a quelli nei giornali e alla Tv. Non un funzionario qualsiasi, ma «un compagno scomodo», come si intitola un suo libro di memorie. Conservo ancora, attaccata al muro di casa mia, fra i ricordi di gioventù, una foto di Sandro (ancora con i capelli) al suo tavolo di Botteghe Oscure, sovrastata da una grande effige di Stalin. Ma fu fra i primi ad assumere un atteggiamento critico, sia verso il sistema socialista «realizzato». Fu «ingraiano» a tutto tondo. A Pietro, per incitarlo a superare la sua naturale prudenza, regalammo insieme, per i 50 anni, un paio di mocassini - le prime calzature alla moda che osò portare - accompagnate da un biglietto: «Cammina coi tempi, cammina con noi». Restò nel partito come Ingrao quando ci fu il manifesto (ma guardando a noi sempre con simpatia). Anche allo scioglimento del Pci non ruppe, confluendo, sia pure senz'entusiasmo, nel Pds. Poi però non ce la fece più e andò a dirigere Liberazione. Ma anche lì è rimasto un «compagno - prezioso - ma sempre scomodo».

Supporta il manifesto e l'informazione indipendente

Il manifesto, nato come rivista nel 1969, è sinonimo di testata libera, indipendente e tagliente.
Logo archivio storico del manifesto
L'archivio storico del manifesto è un progetto del manifesto pubblicato gratis su Internet e aperto a tutti.
Vai al manifesto.it