INTERNAZIONALE

Il piano forse passa, la malattia no

IL CRACK DEI CRACK
TONELLO FABRIZIO,

Nella notte di mercoledì, il Senato americano ha votato come previsto, 75 a 24, in favore del pacchetto di salvataggio per Wall Street ma non è riuscito a convincere. Non è stata convinta la Borsa dove, a un'ora dalla chiusura, il Dow Jones perdeva il 2,5% e il Nasdaq il 3%. Non è stata convinta la Camera, dove il voto di oggi si presenta incerto, nonostante gli abbellimenti al testo respinto lunedì scorso. Non si sono convinti gli economisti, molti dei quali hanno firmato una petizione al Congresso criticando la legge. Non si sono convinti gli elettori, divisi grosso modo in tre parti uguali fra contrari, favorevoli e incerti perché non hanno capito cosa stia dentro il lunghissimo testo. Un risultato poco incoraggiante per la lobby bancaria, che ha piegato senza difficoltà la Casa Bianca, poi il ministero del Tesoro (il cui titolare Paulson tornerà fra quattro mesi alla Goldman Sachs da cui proviene) e infine le leadership dei due partiti, compresi i due candidati alla presidenza McCain e Obama, terrorizzati dall'esporsi, con una posizione troppo decisa, agli attacchi dell'avversario. In realtà tutti sanno che si tratta di una pessima legge e che l'unico argomento per difenderla è che non si può fare diversamente perché la nave sta affondando. L'editorialista del New York Times Nicholas Kristof riassumeva bene, ieri, questa linea di pensiero con un commento dal titolo «Save the Fat Cats», «Salvate i pescicani». La tesi di Kristof è che sì, i banchieri americani sono esseri spregevoli, che si sono arricchiti a spese dei loro clienti e ora vogliono salvarsi a spese dei contribuenti ma non ci si può fare nulla: il Giappone ha pagato con 15 anni di recessione le esitazioni nel tirar fuori le banche dalla montagna di debiti in cui erano sprofondate dopo lo scoppio della bolla immobiliare degli anni '80. Per evitare una sorte simile occorre «salvare gli stronzi» (parole sue). Questi argomenti non convincono i 200 economisti che hanno firmato una petizione, promossa da John Cochrane dell'università di Chicago, articolata su tre punti: primo, il piano Paulson è iniquo perché è un sussidio a investitori poco saggi a spese dei contribuenti: chi ha incassato i profitti deve anche accettare le perdite; secondo, il piano è ambiguo perché non si sa come verranno spesi i soldi e quali siano compiti e poteri dell'agenzia che dovrebbe controllarne l'esecuzione; terzo, è un piano che impegnerà il Paese per una generazione ed è miope agire su una scala così gigantesca per ovviare a problemi di corta durata. Critiche ancora più radicali dal senatore indipendente Bernie Sanders del Vermont, che nella sua dichiarazione di voto contrario ha detto: «Questa legge non affronta il problema di cosa i contribuenti avranno in cambio dopo aver investito centinaia di miliardi di dollari in crediti inesigibili. Né affronta il problema dei pignoramenti, che è quello che riguarda da vicino milioni di americani a medio e basso reddito». Sanders ha messo il dito sulla piaga: sarebbe perfettamente ragionevole impegnare i 700 miliardi di dollari (ammesso che questa cifra sia necessaria) per comprare quote delle banche. Oggi le cinque grandi banche d'investimento sono scomparse o trasformate, molte altre istituzioni finanziarie esistono solo grazie al governo, che quindi potrebbe assumerne il controllo, cacciare i manager responsabili del disastro, ricapitalizzarle e rivendere le proprie quote una volta che gli Stati Uniti siano usciti dalla recessione: è la ricetta svedese, applicata da un governo conservatore negli anni '90. Ciò che è incomprensibile è la disponibilità dell'amministrazione Bush e del Senato a comprare crediti, espressi in strumenti finanziari di cui è impossibile valutare esattamente il valore (tanto è vero che la crisi di fiducia nasce proprio da qui). Il Tesoro pagherà dei pezzi di carta a cifre molto vicine al loro valore nominale e non avrà nulla in cambio, perché i crediti rimarranno inesigibili e le scommesse (i derivati) saranno già state perdute. Inoltre, se non si creano dei meccanismi di sostegno alle famiglie che fermino la corsa ai pignoramenti la situazione non potrà che peggiorare. L'iniezione di liquidità nelle banche sarà come una potente sniffata di cocaina, il cui effetto svanirà in poche settimane. Oggi i mutui in default sono circa l'1% del totale e questo ha già terremotato il mercato immobiliare ma, se non si interviene in questo punto della catena dei debiti, l'anno prossimo saranno il 2% e nel 2010 il 3%. Ciò significa almeno quattro anni di prezzi delle case in ulteriore discesa, in una spirale perversa in cui nessuno compra perché si aspetta che i prezzi scendono, facendo avverare la previsione che effettivamente scenderanno. Argomenti ben noti ma oggi tutti, a Washington, hanno la testa altrove: Paulson e Bernanke vogliono evitare fallimenti a catena di banche e altre giornate come quella di lunedì, in cui il Dow Jones ha perso 777 punti. Senatori e deputati vogliono tornarsene alle loro campagne elettorali, alla stretta finale. I candidati alla Presidenza si fanno vedere solo di sfuggita, pensando «Se sarò eletto ci penserò quando entrerò in carica». L'orizzonte decisionale della politica americana non va al di là dei telegiornali della sera.

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