CULTURA & VISIONI

La voce bella del cinema. L impegno e «The Nation»

SINISTRA AMERICANA
CASTELLINA LUCIANA,

L'ultima volta che ho incontrato alcuni dei superstiti della specie è stato a Caracas qualche anno fa, ad un raduno di intellettuali che credono ancora possibile un mondo diverso, carichi, anzi, di rinnovato entusiasmo per via del nuovo astro Chavez. Era la delegazione degli Stati uniti, capeggiata da Julie Robinson, moglie di Harry Belafonte. Con lei qualche vecchietto: poeta, scrittore, cineasta. Un paio di loro persino col basco blu dei volontari repubblicani nella guerra civile spagnola. Era l'ala più estrema - anche alcuni comunisti - di un più largo arcipelago: quello della sinistra americana, mai arrivata a rappresentare una fetta significativa della popolazione americana, ma più consistente di quanto non si sia finito per credere qui da noi negli anni più recenti. Rilevante soprattutto durante il New Deal, di cui costituì il pilone di sinistra, supporto indispensabile ai difficili equilibri stabiliti da Roosevelt. Importante soprattutto a Hollywood, considerata - per il ruolo affidato al cinema - prima linea nella guerra antifascista, subito prima e durante la seconda guerra mondiale, una battaglia da combattere fuori ma anche dentro il proprio stesso paese, tentato di lasciare che il mondo andasse dove voleva. Alla fine massacrata dal maccartismo che portò molti dei suoi esponenti sul banco degli accusati. Paul Newman, che oggi piangiamo, faceva parte di una generazione appena più giovane di quella epurata dagli studios di Los Angeles, ma di quella storia è stato in qualche modo uno dei continuatori, sia pure nelle forme meno apertamente politiche che si sono affermate negli anni più recenti. «Ardente attivista nelle cause della pace e del progresso», ha appena scritto il settimanale The Nation commemorandone la scomparsa: quelle dei diritti civili, contro le guerre, dal Vietnam all'Iraq, che hanno in effetti coinvolto una parte considerevole della società americana. Non è un caso se, sia pure con proprie specifiche e per molti versi diverse caratteristiche, il '68 sia nato in America, da cui qui in Europa ricevemmo una salubre spinta. Non a caso il movimento ha avuto come bandiera le famose 3 M, di cui, dopo Marx e Mao, una era Marcuse, che, sebbene tedesco, era da tempo diventato americano. Di questa sinistra americana animata spesso da fondazioni non propriamente politiche ma impegnate a sostenere azioni che non possono neppure dirsi di beneficenza o di mecenatismo, perché acquistano un carattere polemico assai marcato, Newman ne ha animate non poche. Ma quanto lui ha fatto è stato di più: è diventato azionista della più antica pubblicazione di sinistra americana - The Nation - che dal 1865 senza interruzioni rappresenta una voce essenziale degli Stati uniti. Non un piccolissimo giornale, ma un settimanale con parecchio di più di 100.000 copie vendute, autorevole e assai ben fatto. Victor Navaski, che ne è stato per moltissimo tempo direttore (ora sostituito da Kathrin Van den Heuvel) è anche l'autore della più seria opera storica sulla persecuzione maccartista della sinistra hollywoodiana. Non a caso: è un altro dato che sottolinea il legame. Paul Newman non è stato solo uno degli azionisti di The Nation , ne è stato spesso anche collaboratore. E proprio in occasione della sua morte il settimanale ha ripubblicato un suo vecchio articolo, uscito nell'agosto del 2000. È il racconto sarcastico delle partite a scacchi che il suo nipotino Pete, quattro anni e mezzo, gioca col vicino di casa, un ex ufficiale dell'intelligence americana, specializzato in armi nucleari, una straordinaria irrisione delle pericolose ossessioni del Pentagono. Fra le tante cose fatte da Newman ce n'è una di cui avremmo adesso più che mai bisogno in Italia: aveva istituito un premio di 20.000 dollari, con la sua fondazione Pen American Center, da conferire al cittadino Usa che più efficacemente avesse difeso nel corso dell'anno l'emendamento numero 1 della Costituzione americana: quello in cui si parla di libertà di espressione, di culto, di STAMPA! Scomparsi i grandi vecchi della sinistra americana degli anni '30, e ora anche di quelli maturati dopo la seconda guerra mondiale, cosa resta nel paese che possa assomigliarle? La risposta necessiterebbe assai maggiore approfondimento. Non è solo negli Stati uniti, del resto, dove è ormai difficile rispondere a una simile domanda. Voglio solo segnalare che dall'America, se non da Hollywood, continuano ad arrivarci le pellicole politicamente più impegnate che possano vedersi. O meglio: che potrebbero vedersi, perché disgraziatamente non sono quelle che restano in circolazione anche quando fortunosamente ci arrivano.

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