LETTERE E COMMENTI

Le conseguenze delle privatizzazioni

BUBBICO DAVIDE ** ELENA VIGILANTE *

I progetti del governo su diversi temi della politica economica, fiscale e del lavoro se, da un lato, sono funzionali al progetto del federalismo, esprimendo più o meno direttamente un disegno di rottura dell'unità politica e territoriale che finora ha consentito, pur tra mille limiti, di avere un quadro unitario di riferimento per le politiche di interesse pubblico, dall'altro compromettono i meccanismi di redistribuzione della ricchezza e la possibilità di accedere ai servizi in condizioni di parità da parte di tutti i cittadini. La riforma del modello contrattuale, l'attacco finanziario e ideologico al settore pubblico, i progetti di privatizzazione nel settore dell'istruzione e, non ultimo, i provvedimenti di ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro e del welfare nel suo insieme rischiano di produrre per il Mezzogiorno fratture ancora più incisive di quelle esistenti, come hanno ripreso a testimoniare i dati macroeconomici degli ultimi anni. La Svimez sostiene, a ragione, che per ritrovare i differenziali di sviluppo attuali tra Centro-Nord e Mezzogiorno bisogna risalire all'inizio degli anni '80, periodo cui risale l'esplosione dei distretti industriali. Questo dato sembra indicare il consolidamento strutturale dei fenomeni di dipendenza, subalternità e immobilismo dello sviluppo economico meridionale. La ripresa delle migrazioni interne, che beninteso non si sono mai arrestate, è l'indicatore più sintomatico del dualismo economico italiano cui ha contribuito e contribuisce oggi l'insieme dei fenomeni prima richiamati e altri ancora che riguardano scelte, modalità di utilizzo della spesa pubblica e obiettivi non coerenti con l'analisi dei ritardi strutturali delle regioni meridionali. Le politiche economiche adottate finora dai governi Berlusconi che si sono susseguiti hanno aggravato il divario dal momento che non hanno assunto la problematica dello sviluppo del Mezzogiorno come questione prioritaria per lo sviluppo nazionale. Ne è testimonianza la proposta di reintroduzione dei differenziali salariali e il taglio della spesa (sottoforma di incentivi) destinati agli investimenti nelle regioni del Sud. Allo stesso modo, le proposte di riforma del modello contrattuale rischiano, se introdotte, di diminuire i livelli salariali di molte imprese localizzate nel Mezzogiorno, dove già adesso la contrattazione di secondo livello è assente e la polverizzazione del tessuto imprenditoriale è ancora maggiore. A questo proposito, come sostiene la Svimez, rimane incontrovertibile il fatto che «la riduzione nel ritmo di crescita del Mezzogiorno è da attribuire principalmente alla flessione della dinamica dell'accumulazione del capitale» (Rapporto 2008, p. 8), in altri termini alla riduzione costante e al livello comunque assolutamente insufficiente degli investimenti fissi. I problemi non hanno solo una natura macroeconomica, e tanto meno spiegabile solo con la domanda di investimenti, ma questi possono contribuire a invertire delle tendenze e a spostare le scelte dalla riduzione del costo del lavoro all'aumento degli investimenti nei settori che oggi sono considerati strategici. L'altro aspetto non secondario e più squisitamente politico e ideologico riguarda l'attacco, cui stiamo assistendo, in questi giorni, alla Pubblica amministrazione e alla qualità del servizio pubblico, in cui rientra la valutazione recente del ministro dell'Istruzione sulla preparazione del corpo docente meridionale. Queste dichiarazioni alimentano quei luoghi comuni che fanno parte di un'ideologia tesa a giustificare il processo di privatizzazione attraverso l'attacco alla qualità del servizio pubblico con la conseguente giustificazione del federalismo. In altri termini, dietro la critica all'inefficienza di molta parte della Pubblica amministrazione, specie se riferita al Mezzogiorno, vi è l'obiettivo di sovvertire drasticamente i meccanismi di redistribuzione della ricchezza nazionale fino a oggi garantiti dai principi fondamentali della carta costituzionale. I provvedimenti relativi all'istruzione e alla ricerca nella loro complessità, rispondono più a obiettivi di riduzione della spesa pubblica che a un progetto serio di revisione del sistema formativo italiano. Appare evidente anche quanto vi sia una valutazione negativa dell'ampliamento dell'offerta formativa universitaria in relazione alle dimensioni effettive della domanda di lavoro qualificato da parte del settore pubblico e privato, poiché questa domanda può essere soddisfatta, già oggi, da una quindicina di atenei, sui settanta esistenti, e guarda caso tutti o quasi, ubicati nelle regioni settentrionali, come viene fatto notare dai consulenti del ministero del Tesoro. Un dato quest'ultimo che farebbe inoltre chiarezza sull'ipocrisia che si cela dietro l'onnipresente lamentela circa la domanda di lavoro qualificato da parte del settore pubblico e privato nel nostro paese. Vi sono inoltre tre considerazioni che concorrono a una valutazione negativa dei provvedimenti previsti per l'università e il sistema dell'istruzione in generale: essi contrastano i processi di mobilità sociale, al contrario favoriti dall'istituzione di atenei in province periferiche (che consentono la possibilità di accedere all'università anche a coloro che per motivi di spesa non possono affrontare i costi e la permanenza in una sede universitaria distante dalla propria provincia o regione); contraddicono quanto previsto dal Trattato di Lisbona rispetto all'aumento della spesa per l'istruzione e all'aumento della scolarizzazione della popolazione; negano lo sviluppo e la modernizzazione della società italiana favorendo al contrario gruppi di interesse specifici. Se i provvedimenti, che pure sono già stati votati in finanziaria con riferimento all'Università e al sistema dell'istruzione pubblica, dovessero trovare nei prossimi mesi una traduzione concreta un ulteriore tassello sarebbe messo alla disgregazione politica e territoriale del paese, proprio a partire da un settore chiave, quello dell'istruzione, dal quale dovrebbe dipendere la capacità di produrre ricerca, di realizzare investimenti strategici nei diversi settori dell'economia e più in generale di programmare un nuovo sviluppo sociale e economico.

* ricercatore, università di Salerno
** dottoranda di ricerca, univers. di Bari

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