CONTROPIANO

L'espediente Palestina

MEDIO ORIENTE
CASTELLINA LUCIANA,

Io non so se Barack Obama ha detto le cose che ha detto a Gerusalemme perché ne è davvero convinto, o perché non sa quel che ha detto, o perché le ritiene necessarie a vincere le elezioni. Ma non so nemmeno quale di queste tre ipotesi sia la peggiore.
Nel primo caso dovremmo concludere che il candidato democratico si rivela ancor più acriticamente subordinato alla politica israeliana di ogni altro presidente degli Stati Uniti, i due Bush e Ronald Reagan compresi. Nessuno prima d'ora si era infatti mai azzardato a dichiarare che Gerusalemme doveva diventare tutta intera capitale di Israele, in violazione di ogni delibera dell'Onu e del più elementare senso di giustizia storica. Assumere una simile posizione ha dunque un significato la cui gravità va ben al di là della già gravissima specifica questione: implica che il potenziale futuro presidente del più forte paese del mondo è deciso ad infischiarsene anche di quel po' di diritto internazionale che è rimasto e di procedere ulteriormente accentuando il tradizionale unilateralismo dell'Amministrazione americana.
Anche la seconda, peraltro improbabile, ipotesi appare inquietante: che Barack Obama non sia ancora esperto di politica mediorientale non sarebbe così grave (potrebbe sempre ripassare ad ottobre) se non fosse che la sua ignoranza indica quanto poco conti nella politica dei Stati uniti il problema palestinese: per quello che riguarda le élites e per l'opinione pubblica.
Tanto che si può concorrere alla conquista della Casa Bianca anche senza essersene mai occupati.
Più grave di tutte, a pensarci bene, mi pare comunque la terza ipotesi. Perché solleva un problema che riguarda anche noi, vale a dire la qualità democratica del sistema che condividiamo: quale è il prezzo che è lecito pagare per battere un avversario odioso? Obama ha deciso che si debba accettare qualsiasi prezzo e pensa che altrettanto pensino molti dei suoi sostenitori. Se per impedire una vittoria repubblicana bisogna sacrificare i palestinesi, sì da ottenere l'appoggio della comunità ebraica iperfiloisraeliana, lo si faccia.
Ma questa non è esattamente la stessa logica che sta spingendo tanti a dire che se per battere Berlusconi bisogna strappare il consenso di quelli che vogliono cacciare zingari e immigrati, abolire il diritto d'aborto, militarizzare la società e eccetera eccetera, deve esser fatto? Quante sono le concessioni operate in nome di questo principio anche da noi? Quale scelta reale sono in grado di esercitare i cittadini se le campagne elettorali, costrette dentro il forzato centrismo imposto dal bipolarismo, sempre meno orientano sulla sostanza dei problemi e sempre più in virtù di immagini mediatiche, di trovate d'effetto, di espedienti atti solo a rendere tutto equivalente di tutto?
Il risultato finale è che ciò che inizialmente è pensato come espediente tattico diventa alla fine valore, visione del mondo, cui gli elettorati finiscono per adattarsi. Non c'è da meravigliarsi se poi scopriamo che le società in cui viviamo sono mostruose e se alla lunga a vincere è proprio l'avversario che avremmo voluto battere in nome di una soluzione più progressista.
Anche più pericolose appaiono peraltro le parole pronunciate da Obama a proposito dell'Iran. E tanto più perché le ha dette a Gerusalemme. Che come abbiamo letto finanche sul Corriere della Sera in questi giorni non nasconde a nessuno l'intenzione di effettuare un «first strike» su Teheran per prevenire la costruzione di centrali nucleari in quel paese. Un gesto che Washington dovrebbe coprire a posteriori con tutte le conseguenze che possiamo immaginare per la politica mediorientale.
Proprio oggi leggiamo di un'iniziativa assunta da una variegata schiera di politici di primo piano, da d'Alema a Fini a Parisi, in cui - richiamandosi ad analogo appello formulato da altrettanti esponenti politici di altri paesi - si dice che se si vogliono indurre i paesi che non hanno l'arma nucleare a rinunciarci è necessario che chi ce l'ha accetti almeno di ridurre i propri arsenali. Sacrosante parole.
Anche in questa assai condivisibile lettera aperta, tuttavia, si omette di citare la bomba israeliana. Che continua a godere lo status privilegiato della non ufficiale esistenza, sebbene tutti sappiano che esiste. Difficile parlare ad Ahmadinejad senza accennare al problema.
Il fatto è che ormai da decenni il governo di Israele gode dei vantaggi di una sorta di lodo Alfano: l'immunità totale. Mentre la progressiva sparizione dei palestinesi dalla scena politica internazionale è diventata drammatica. Tanto che neppure più c'è l'indignazione per quanto ogni giorno accade.
Io, noi, non siamo di fronte alla scelta di votare o non votare Barack Obama, che aveva aperto qualche speranza, dopo la sua «uscita» israeliana. Menomale. Ma possiamo denunciare i meccanismi che hanno portato a quelle sue dichiarazioni. Perché sono presenti anche a casa nostra. NODO CAPITALE
Lo status di Gerusalemme è uno dei principali nodi irrisolti fra israeliani e palestinesi ed è stato sempre il principale motivo del fallimento dei negoziati del luglio 2000 a Camp David, nel Maryland, fra l'allora premier israeliano Ehud Barak e il leader palestinese Yasser Arafat (morto nel 2004 in circostanze ancora misteriose), con la mediazione del presidente Usa Bill Clinton. Per Gerusalemme l'Onu aveva stabilito uno status di corpo separato nella risoluzione del 1947, respinta dagli arabi, sulla creazione in Palestina di due Stati, ebraico e arabo. Poi scattò l'espulsione dei palestinesi, cacciati in più di 800.000 dalla loro terra. Fu la Nakba (catastrofe).
CAPITALE-NODO
Al termine del primo conflitto arabo-israeliano, la città restò divisa in due: il settore ovest in mano israeliana, quello est, dove si trovano i principali luoghi santi delle tre religioni monoteiste, in mano giordana. Israele, che nel 1967 occupò anche i quartieri orientali, e portò a termine l'occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, nel 1980 proclamò l'intera città sua «eterna e indivisibile capitale». Uno status non riconosciuto dalla comunità internazionale. I palestinesi rivendicano la parte est, che considerano legittimamente capitale del futuro stato di Palestina.

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