PRIMA

Una costituente per riavere radici

Sinistra/2
CASTELLINA LUCIANA,

Che a Firenze ci fosse molta gente non meraviglia: il lutto è più mite se si elabora collettivamente. Ma l'interessante di questa assemblea promossa dall'Associazione per la sinistra unita e plurale, non sta tanto nella vastissima partecipazione, quanto nel fatto che non è stata lamentosa (incazzata sì, ma è un'altra cosa), bensì propositiva. E' vero che erano convenuti soprattutto quelli d'accordo per procedere alla costruzione di un altro soggetto politico post Arcobaleno.

Mentre poche ore dopo la maggioranza di Rifondazione comunista decideva invece di procedere in senso inverso; e però non è di poco conto che tanti compagni abbiano mandato un messaggio in questo senso a chi lo vorrà ascoltare. Se poi si riuscirà nei prossimi mesi a avviare una riflessione e un lavoro comune, senza limitarsi a attendere quanto decideranno i congressi delle tre (il Pcdi si è già tirato fuori) componenti che hanno dato vita alla disgraziata lista elettorale, allora c'è forse qualche speranza.
Nessuna di queste componenti, io credo, può infatti ripartire da sola: per insufficienza propria; perché ciascuna aspramente divisa al proprio interno; perché tutte accorpamento dei frantumi prodotti dai terremoti di questi ultimi due decenni; perché - soprattutto - il grosso delle forze potenziali - e proprio per questo - sono fuori dalle organizzazioni date. Il loro percorso non è da buttare, è anzi esperienza preziosa, ma inadeguata. Riflettere ora separati su quanto accaduto sarebbe assurdo, e è per questo che - come ha detto a Firenze Fulvia Bandoli - si chiede ora ai partiti di cedere un po' della loro sovranità.
E tuttavia capisco le preoccupazioni di Paolo Ferrero e di chi teme di perdere qualcosa senza guadagnare niente se si ripete tale e quale l'esperimento disgraziato di Arcobaleno. Se dico che deve esser avviato un processo costituente di una nuova forza politica non è perché penso si possa nel breve periodo dar vita a una nuova e compiuta organizzazione che si limiti a raccogliere in modo necessariamente confuso gli stimoli che vengono dal basso. Il percorso è più lungo. Per costituente intendo un processo, da avviare subito, con la partecipazione più larga possibile e in forme organizzate, che innanzitutto conduca un'analisi della fase storica in cui viviamo; delle novità stravolgenti che sta producendo; dell'incanaglimento della società italiana; delle ragioni profonde, non contingenti, della nostra sconfitta e del perché il disagio sociale e persino la protesta non si sono raccolte attorno a noi ma hanno preso altre strade. E che prenda atto che si è ormai spezzato il nesso tradizionale fra rappresentanza politica di sinistra e ceti sfruttati.
Guai se ci nascondessimo dietro il dito di spiegare che abbiamo perduto solo per via del simbolo (ancorché pessimo); solo per via del «voto utile» (i flussi ci dicono che ha contato ma non moltissimo); e neppure solo per via del governo Prodi e dell'iniziativa di Veltroni. E neppure solo per via del protocollo sul welfare.
Anche per tutto questo, certo. Ma non solo.
Prendiamo l'accordo firmato con i sindacati, per fare un esempio. Si poteva ottenere di più, ovviamente. Ma se abbiamo perduto è perché non abbiamo saputo costruire nel paese i rapporti di forza, l'egemonia politica e culturale, che sole potevano consentirci di ottenere di più. Una grande manifestazione, di per sé, non basta a vincere se non è accompagnata da un'indicazione praticabile e chiara, dalla rete di alleanze e mediazioni indispensabili a operare quando si è minoranza.
I limiti, e le colpe, di quell'accordo, per altro, non sono solo del governo e dei sindacati, ma anche nostre. Perché neppure noi abbiamo saputo prendere in conto le trasformazioni in atto e l'esaurimento del modello di sviluppo produttivo che hanno provocato; non siamo stati capaci di indicarne uno diverso, che dicesse cosa, come con chi e per chi produrre, sicché non si è affrontato in radice il problema del precariato e tutti gli altri connessi. L'ambientalismo è stato un fiore all'occhiello, ragione di proteste frammentate, non l'asse di un nuovo modo di pensare al mondo.
Ho fatto l'esempio dell'accordo sindacale per dire che, innanzitutto, dobbiamo metterci d'accordo sull'odg stesso della riflessione da avviare, se vogliamo davvero ripartire. Una riflessione che deve partire da più lontano, che deve investire tutti questi 18 anni ormai trascorsi da quando - nel 1990 - l'Italia e il mondo sono cambiati non per tornare indietro ma per andare avanti e non sulla base di un fragilissimo e superficiale accordo.
A questo proposito vorrei dire che a me la parola «arcobaleno» non piace affatto. Se non credo più a partiti fondati su vecchie identità ormai svuotate, non credo neppure a partiti che siano la mera e non digerita somma di tutte le possibili culture. Ognuna di queste culture è una risorsa critica per l'altro, ma bisogna poi che questa critica e autocritica ci sia, se no resta solo un'accozzaglia. Non credo, insomma, in un'alternativa che sia la somma delle ribellioni della moltitudine. Per esser davvero diversi dal partito democratico c'è bisogno di un partito che non si limiti a raccogliere consensi, ma sia capace di costruire senso, che è cosa del tutto diversa. E non solo di dire, ma anche di fare cose diverse.
E allora: costituente sì, ma senza precipitare subito in forme definite che servirebbero solo a riproporre vecchi gruppi dirigenti pesati col bilancino, e a perpetuare l'esistenza di una contenitore di cose disparate come è stato l'Arcobaleno. Per fortuna - o per sfortuna - non abbiamo scadenze elettorali immediate che ci ingiungono di assemblarci come sia. Costituente, invece, per reimparare a avere radici, a riproporre la politica come abitudine di tutti e non riservata solo a quelli che vanno nelle istituzioni, per mettere le fondamenta di una nuova cultura comune. Si tratta di un processo più lungo e faticoso di quello che, con fretta generosa, molti hanno chiesto a Firenze, ma - a questo punto - il solo adeguato alle dimensioni della nostra inconsistenza. Ai compagni di Rifondazione comunista, ai quali dobbiamo riconoscenza per essersi assunti il peso maggiore della recente avventura, così come allo stesso compagno Bertinotti che (pur con lucido pessimismo, mi è sembrato) si è preso l'impegno di rappresentarla, vorrei chiedessimo ora di accompagnare la preparazione del loro congresso a un parallelo impegno di discussione e di lavoro comune, partecipando alle modalità unitarie che riusciremo a darci in questo tentativo realmente rifondativo.

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