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Ma non tutti la rispettano. E spunta qualche coro La Sud senza voce per sciopero ultrà

All’Olimpico la protesta dei tifosi organizzati
RUSSO SPENA GIACOMORoma

Se da un lato la Roma continua a guadagnare punti in classifica, dall’altra inizia a patire la perdita del suo «dodicesimo» uomo in campo. Come contro l’Udinese, anche ieri i gruppi organizzati hanno per protesta disertato lo stadio, decidendo stavolta di rimanere a casa. Qualche coro in più però c’è stato rispetto a domenica scorsa riuscendo a riscaldare la fredda serata dell’Olimpico. E’ l’effetto del calcio «senza ultras», obiettivo dichiarato dalle istituzioni che suscita un frizzante dibattito anche all’interno dello stesso stadio.
Che si trattava di una partita particolare era chiaro fin dall’inizio. Si recuperava di mercoledì, giorno anomalo per un turno di campionato, quella sfida col Cagliari sospesa quella domenica 11 novembre, che ha visto prima l’uccisione del giovane laziale Gabriele Sandri per mano di un poliziotto e poi la furia dei tifosi romani come rappresaglia. In pochi si aspettavano però un recupero tanto «freddo» visto l’andamento della squadra di Spalletti. «I gruppi della Sud in occasione rimarranno a casa continuando la loro protesta. Lo spettacolo abbia inizio... ma senza di noi», con questo breve comunicato il tifo organizzato aveva annunciato la sua diserzione. Gli obiettivi della contestazione toccano le politiche repressive e la logica del profitto del calcio moderno: «L’ultras va eliminato - dichiarano - perché le curve sono oasi di pensiero libero e non omologato in una società vuota di valori. Sono un terreno non ancora massificato». La loro assenza per la seconda partita casalinga consecutiva ha lasciato degli strascichi. Il classico parcheggio dei «curvaroli» sotto l’obelisco mussoliniano (di fronte Ponte Milvio) era pressoché deserto, per non parlare della mancanza di fila ai tornelli di controllo per entrare allo stadio. «Aò ma è a sud questa? Se è così me ne vado popo che a casa», esclama in romanesco un ragazzo con la sciarpa dei Boys ben stretta al collo rivolgendosi all’amico in attesa della «perquisa degli sbirri». Lui è solo uno dei tanti ragazzi che ha patito il nuovo volto della curva. «Oggi c’è un’atmosfera surreale, sembra di stare a un funerale» è il commento che va per la maggiore. Nel settore gli spazi riservati ai gruppi sono perimetrati dallo scotch, lasciando così ampi spicchi della curva completamenti vuoti. Durante la partita i pochi canti scanditi vengono lanciati da un comitiva di ragazzi, poco più che ventenni, che comunque non riescono a far intonare le canzoni a tutti e la voce non arriva nei vicini distinti, figuriamoci in campo. Non uno sventolio di bandiere, nessuno striscione, niente coreografie e giochi di colore: «Ricordi - afferma un ultras - che ci hanno accompagnato da sempre e che oggi con questa repressione diventeranno sempre più sbiaditi».
Forse questa sud non è altro che lo scorcio del futuro: un luogo «per tutti, dove si rispettano le leggi», come vorrebbero le istituzioni. «Non capiscono che la curva è un fenomeno attrattivo per il ragazzo che lì si diverte e socializza. Vanno allo stadio non per la squadra ma proprio per il tifo organizzato e per il suo codice di comportamento», spiega un tifoso di lunga data che preferisce non dare il nome. Poi fa notare come i gruppi di oggi non siano più quelli di una volta: «In passato ci sono stati scioperi del tifo ma i consensi sono stati maggiori, questi invece non sanno spiegare le proprie ragioni». In effetti a parte i buchi lasciati dai gruppi, la sud è affollata, con almeno 8 mila persone che non hanno condiviso la protesta. «Non vogliono capì che a noi ce piace sta allo stadio a modo nostro e la partita nu me la vedo da seduto» dice un ragazzo ventenne che prova tronfio a far partire qualche coro. E sentendo gli umori c’è chi apprezza questa dinamica «spontaneista» del tifo. Un altro parte con un ragionamento: «Il modello che bisogna adottare è quello tedesco non quello repressivo inglese. In Germania ci sono i settori gestiti dai gruppi organizzati e quelli affollati dalle famiglie. Un connubio perfetto, invece in Italia ci vogliono imporre un codice di comportamento». E il resto dello stadio che pensa? «I tifosi sono essenziali nel calcio, lo arricchiscono, ma deve rimanere sempre il rispetto e il dialogo con l’avversario. Se lo stadio diventa terreno fertile per cose lontane con i principi dello sport, è un autogol degli ultras», afferma Luigi Barbato, presidente Roma Club Tevere. In comune con i curvaroli, oltre alla passione per la «Magica», ha una battaglia: «I biglietti costano troppo, così è impossibile riempire lo stadio coi tanto invocati bambini».

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