SPORT

Un tiro da tre contro l'apartheid

RUSSO SPENA GIACOMORoma

«Da voi giocare a pallacanestro è normale e poi avete campi favolosi su cui allenarvi. Per noi invece assume un altro valore». In una Palestina sempre più falcidiata dall'occupazione militare israeliana e da una guerra infinita, c'è chi utilizza lo sport come «prassi di liberazione». E' il caso di Areej, ragazza palestinese di 22 anni, neolaureata in scienze informatiche, pivot della formazione di basket Ibdaa di Betlemme, in questi giorni in Italia, «per la prima volta», per un progetto di cooperazione internazionale. Con lei c'è l'intera squadra (8 in totale), pronta a incontri «diplomatici» con scolaresche e università e a calcare i parquet in giro per la Penisola. Loro sono solo le ultime arrivate di un progetto, «Sport sotto l'assedipaleso», che va avanti dal 2002 come frutto di un'intuizione di alcune tifoserie sportive italiane, a cui nel tempo si sono aggiunte strutture dell'associazionismo di base e centri sociali. Abbiamo incontrato Areej a Roma, l'ultima delle 5 tappe del suo viaggio (le altre sono state Milano, Bergamo, Brescia e Reggio Calabria).
Partiamo dalla situazione che vivi in Palestina.
Sono nata e cresciuta a Deishe, un campo profughi in cui vivono 12 mila persone in meno di un km quadrato. Tutti palestinesi cacciati dai propri villaggi dall'esercito di occupazione israeliano e provenienti da Hebron, Gerusalemme e Betlemme. La situazione di vivibilità è precaria: si vive in baracche, senza privacy e l'acqua è un optional. L'esercito israeliano infatti controlla la gestione idrica nei Territori Occupati, decidendo spesso di lasciarci a secco.
In questo stato che ruolo svolge lo sport?
Ha una un duplice funzione. Da un lato è un momento per scaricare tutte le tensioni quotidiane: giocando a basket evado dalla realtà. Dall'altro può essere uno strumento di cooperazione dal basso come in questo progetto, in cui attraverso lo sport si creano delle relazioni umane tra popoli diversi: un dialogo, parallelo a quello ufficiale, estremamente efficace. Qui ho avuto modo con i vari incontri di far conoscere la questione palestinese, sensibilizzando centinaia di miei coetanei. Poi ho potuto constatare che anche in occidente si deve lottare per ottenere una serie di diritti che dovrebbero essere scontati: quelli relativi alla salute, all'istruzione, all'accesso alla cultura e alla musica.
Quante volte riesci ad allenarti alla settimana?
Questo è un tasto dolente. Se fosse per me, mi allenerei sempre ma non è così. Bisogna considerare il controllo israeliano sui nostri villaggi e la conseguente privazione di libertà di movimento sofferta dai palestinesi. A causa del muro e dei check point, il passaggio è legato all'arbitrarietà del soldato, spesso giovanissimo, che se vuole ti impedisce anche di andare a lavorare, a scuola o addirittura in ospedale. Subiamo tutti giorni un'apartheid non solo culturale ma fisica. Gli israeliani sono sciocchi: il muro di Berlino è caduto, in Sud Africa è stata sconfitta l'era razzista, così succederà un giorno in Palestina. Ne sono certa.
Torniamo al progetto. Cosa è successo alla squadra di calcio di Gaza che doveva venire con voi?
Non ha avuto il lasciapassare dal governo israeliano. Cosa che avviene normalmente per gli abitanti della Striscia, ma visto che nel progetto c'è di mezzo il ministero degli Esteri italiano credevo che fosse diverso. Invece devo ricredermi: Israele non rispetta proprio nessuno. Comunque sono delusa dal comportamento del governo italiano che è rimasto inerme, senza prendere una posizione in difesa dei nostri diritti. Come minimo doveva reagire bloccando le visite delle squadre israeliane in Italia. Ma non è così per volontà politica.
Come è vista in Palestina l'idea di squadre sportive femminili?
Inizialmente è stata dura. La comunità non voleva accettare il fatto che ci fossero squadre composte da ragazze. Era una novità, non consona alle tradizioni. Ma l'associazione in cui gioco è andata avanti con tenacia per la propria strada e ora allena squadre di basket, calcio e pallavolo. E il villaggio se n'è fatto un ragione.

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