LETTERE

Qualcosa di nuovo sotto il cielo di Amburgo

l'editoriale
CASTELLINA LUCIANA,

Attentissima a qualsivoglia ammonimento ci venga dalla signora maestra Europa; solerte nel far propria ogni massima espressa da Blair, la nuova nebulosa democratica italiana e i suoi giornali hanno praticamente ignorato il congresso che la pur un tempo tanto amata Spd ha tenuto a Amburgo nei giorni scorsi.
Curiosamente, mentre da noi si liquidava ogni riferimento persino alla socialdemocrazia, lì il voto di una larga maggioranza dei cinquecento delegati ha reintrodotto con entusiasmo la dizione «socialismo democratico» nel programma fondamentale del partito, sembrandogli la parola «socialdemocratico» di significato storico meno intenso. Ha poi proceduto a far passare una quantità di emendamenti, con l'accordo del presidente o la sua condiscendenza, che rifiutano il dogma delle privatizzazioni; prolungano il sussidio di disoccupazione; reintroducono il marxismo fra le proprie radici politico-culturali; dicono della globalizzazione quasi quanto dicono i new-global; bloccano la riabilitazione delle centrali a carbone tradizionali.
Dinosauri?
Così si è affrettata a commentare la Cdu che ha denunciato il roll back rispetto alla modernizzazione del proprio partner di governo. Era ovvio. Intendiamoci: non è che a Amburgo ci sia stata una sterzata a sinistra del più antico partito della sinistra europea, ma è accaduto qualcosa di assai interessante, per ora forse di significato più che altro psicologico: il presidente Beck, e soprattutto i quadri intermedi di un partito la cui struttura è rimasta nonostante tutto quella tradizionale degli aborriti partiti del Novecento, hanno capito che se l'orgoglio di partito, la forza della propria identità, il coinvolgimento della base che ne sono la diretta conseguenza, continuavano a essere mortificati, sarebbe stata l'agonia. Il partito, inteso non come vertice o apparato, ma come corpo sociale, ha insomma reagito, è tornato a rivendicare un ruolo nei confronti del «partito dei ministri» o del «grande comunicatore».
Il quale - parliamo naturalmente di Gerhard Schroeder, che ha moltissimi difetti ma la virtù di avere un gran «naso» per gli umori della sua gente - anziché rivendicare le sue glorie, si è affrettato a dire nel suo intervento che quanto lui aveva fatto non doveva essere considerato come i Dieci Comandamenti; che nessuno è Mosè.
(E ha persino scritto un paginone su Repubblica per dire quanto è brava la Spd che ha fatto tante cose ecologiche che lui a suo tempo aveva in realtà snobbato).
Non voglio abbandonarmi ai paragoni, ma è difficile non sottolineare che fra i tre vicepresidenti eletti a Amburgo c'è Andreas Nehales, giovane come vogliono i tempi, ma importante, oltreché per la determinante anagrafica che le dà 37 anni, perché agguerrita leader di una rianimata sinistra del partito.

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