STORIE

I guerrieri dell'isola di Creta

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CASTELLINA LUCIANA,

Dei protagonisti della vicenda sono rimasti in pochi e tutti molto anziani: tre dei greci (ma uno, Nikos, ormai troppo malato, non è potuto venire); tutti meno uno - Mario Foscarini - invece, gli italiani: donato carbone; Gino Politi, Biagio Ghironi e le loro mogli. E Lori, che allora aveva 10 anni, ma si ricorda ogni dettaglio. «Prima fui mandata a dormire dalla nonna, poi papà mi disse: devi tenere un segreto, da noi si nascondono due greci e se li scoprono li ammazzano», racconta.
Sono passati 45 anni da quando una imbarcazione di fortuna aveva sbarcato un drappello di sei greci, quattro uomini e due donne, sugli scogli di porto Badisco, nei pressi di Otranto, in fuga dalla Grecia dove erano condannati a morte. Avevano passato 20 anni, clandestini ma politicamente attivi, sulle montagne di Creta. Ora reincontrano per la prima volta i compagni italiani che li avevano soccorsi. Ma è un'altra epoca storica, c'è un'altra Puglia: il grande Pci del 1962 che li aveva accolti dopo qualche diffidenza non c'è più, ma a salutarli c'è un presidente della regione comunista,Niki Vendola. L'Europa non è gran che bella in questo terzo millennio, ma perlomeno nessun comunista rischia da queste parti di essere fucilato.
Su questa storia sconosciuta e incredibile di tanti anni fa sono capitata per caso, l'anno scorso, a Kanià, l'antica capitale di Creta, dove mi aveva invitato un vecchio amico e compagno, direttore ad Atene della iperindipendente e ipericonoclastica rivista di sinistra, Anty: Christos Paputzakis. Una sera, a cena, a casa di Nikos e Argyrò Kokovlis, una festa allegra, con amici, figli e nipoti, quasi la vita di questa coppia fosse stata normale. E invece è stata un'epopea, anche se Argyrò me la racconta con vivacità e ironia straordinarie.
Entrambi entrati in clandestinità con il primo gruppo partigiano di Creta, quando, nel '42, le truppe inglesi e neozelandesi abbandonano l'isola in mano ai tedeschi e il re sconfitto dagli amici-nemici fascisti che gli avevano fatto la guerra, si rifugia in Egitto. E' una scelta naturale:nel villaggio da cui provengono, Epòn, quasi tutti erano comunisti fin dal '36, quando in Grecia prende il potere con un colpo di stato il dittatore Metaxas. E proprio qui aveva trovato il suo primo rifugio il leggendario leader della successiva guerra civile, un altro comandante Marcos oggi dimenticato, appena scappato dalla prigione dove era stato detenuto per anni, quando Metaxas, all'arrivo dei tedeschi, aveva consegnato loro i «suoi» prigionieri.
Ma in Grecia la fine del conflitto mondiale non coincide con l'avvento della pace: nella guerra civile si entra quasi senza soluzione di continuità, specialmente a Creta, dove ancora più incondizionato è il potere esercitato dai vecchi fascisti cui il paese è stato di fatto restituito dagli alleati.
La sconfitta dell'Esercito Democratico nell'isola è precoce. Il 4 di luglio del 1948, un anno prima che altrove, centinaia di «antartès» vengono massacrati nella battaglia di Samarìa, un'altra cinquantina viene uccisa nelle settimane seguenti, qualcuno si arrende, e viene deportato nel lager di Makronissos. In montagna,nella remota regione occidentale, dietro la vecchia capitale Kanìa, nutrendosi di radici ed erbe selvatiche, nascondendosi negli anfratti, sostenuti da qualche pastore più coraggioso, restano in 13.
Della fine ufficiale della guerra civile, quando gli ultimi drappelli dell'Esercito Democratico nel 1949 si rifugiano, inseguiti dai militari greci e da quelli americani (che hanno dopo qualche anno sostituito quelli inglesi) oltre il confine bulgaro ammettendo la sconfitta, il gruppo cretese non saprà per parecchio. «Un giorno - racconta Argyrò - passavamo vicino a casolari amici dove ci avevano lasciato cibo e nel vecchio giornale che incartava un pesce c'era la notizia della resa».
Come uscire dalle montagne senza esser catturati? «Nei mesi precedenti quelli di noi che erano stati presi gli avevano tagliato la testa, e, infilata in un palo, le mostravano per i villaggi». Oggi quelle foto agghiaccianti si possono vedere in un piccolo museo di montagna.
Ma non è solo la paura a trattenerli. Dalla lontanissima direzione del Pc greco, in esilio a Bucarest, arriva l'ordine di ricostituire il partito battuto. «Non avevamo altra scelta che eseguire l'ordine e resistere. Più che politica per noi è stata una scelta di dignità, una questione morale. Non potevamo arrenderci». Proprio questo - «Non avevamo altra scelta» - è il titolo del libro che Argyrò ha scritto assieme a Nicos, il suo «comandante», quello che ha conosciuto quando nel '42 è salita anche lei in montagna, col fratello, una ragazza di 17 anni, dietro le spalle un paese che sparlava perché per una donna, a Creta, una cosa così non era immaginabile.
Per altri dodici anni, in otto, hanno cercato di ritessere le fila di una sinistra priva ormai di speranze e perseguitata dai governi di destra che in Grecia si sono alternati con quelli apertamente fascisti. Si nascondevano nella zona di Akrotiri, dove oggi c'è un aeroporto (e vicino una grande base Nato), alternando i nascondigli di montagna, dove si accedeva strisciando a pancia sotto fra i rovi, con quelli più vicini alla città dove la notte scendevano a distribuire volantini e giornaletti ciclostilati (l'apparecchio lo ebbero nel '51): ben due, uno per gli adulti e uno per i più giovani. Nikos e Argyrò per 12 anni sono stati nascosti nel pollaio che aveva messo a loro disposizione un pastore, Kryriacos Stratygakis, da cui si poteva entrare in una fogna che avevano ripulito, ermeticamente chiusa, dove si ritiravano appena c'era pericolo.
Tutto questo non senza successo: a metà degli anni '50 la organizzazione clandestina del partito nella provincia di Kanìa era stata ricostruita. E così nel resto della Grecia. Tanto forte da poter dar vita all'Eda, una formazione nominalmente solo «democratica», e dunque legale, animata dai comunisti più giovani, non sospetti di aver partecipato alla guerra civile. Incredibilmente nelle elezioni del 1958, nonostante le persecuzioni e le misure illiberali, l'Eda conquista, a sorpresa, il 23 % dei voti, diventando il secondo partito del Parlamento. Cosa fare della rete clandestina? Su questo tema si accende uno scontro nel partito, fra l'ala «dell'esterno», quella legata alla direzione di Bucarest, che vuole resti una struttura parallela, e quella «dell'interno», che pretende che a decidere sia chi opera nel paese. Uno scontro che più di 10 anni dopo, quando i colonnelli, dopo una breve fase democratica, hanno preso il potere, conduce alla definitiva scissione.
In questo quadro gli otto guerriglieri restati sulle montagne di Creta diventano comunque un imbarazzo. Bisogna farli uscire di lì. Ma ci vorranno altri quattro anni per riuscirci. Dotati di 80.000 dracme e di un vocabolario italiano, finalmente riescono a partire. Al porto del Pireo Argyrò e Nicos sono accompagnati da Charilaos, il figlio del pastore che li ha protetti per tanti anni. Da qui un piccolo yacht, consenziente il marinaio ma non il padrone, li porterà fino in Puglia. Sono solo sei: Yannis e Kostas Leonakis, Mariolis Stamatis, Pagona Kokovli, Nicos e Argyrò. Gli altri due rifiutano di partire, resteranno a lungo sulle montagne di Creta.
E' la tarda primavera del 1962 e hanno detto loro di rivolgersi, una volta arrivati, al Pc italiano. Che era stato informato. Ma quando Leonakis e Stamatis, gli altri quattro lasciati in una caverna fra gli scogli, bussano alla sezione di Otranto, trovano solo diffidenza. Riescono a raggiungere Lecce, e scandagliano scientificamente la città per trovare un luogo con l'insegna del partito. La trovano, ma la sera prima c'è stato un piccolo attentato fascista e al portone c'è la polizia. Si spaventano, pensano sia per loro, e vanno a passare la notte sotto le panchine della Villa Comunale, mentre gli altri , affamati e infreddoliti aspettano con ansia crescente il loro ritorno nella grotta sul mare.
«Quando me li sono visti davanti - racconta ora Donato Carbone - ho avuto il sospetto fossero dei provocatori. Poi è arrivato Mario Foscarini, il segretario della Federazione, e ha scosso la testa: sono veri, mi ha detto. Ma abbiamo discusso in segreteria, era delicato. Alla fine abbiamo deciso di tenerli e mandare a Roma qualcuno per informarci. Ma a Botteghe Oscure non sanno niente, solo dopo molte ore di telefonate con Bucarest si riesca a capire che c'è stato un disguido, che «i pacchi sono preziosi». E allora abbiamo cercato case e stalle isolate in campagna per nasconderli il tempo necessario a trovare una soluzione. Andavo girando e chiedendo ai compagni un luogo dove ci fosse almeno qualche lettino o un po' di paglia - racconta Carbone - e penso che molti abbiano creduto che cercassi uno scannatoio dove incontrami con l'amante. Meglio così, sarebbero stati più zitti. Ogni mattina portavo mia moglie Carmela, con la bambina che aveva due anni, in una delle tre case che avevamo trovato: portava da mangiare, la sera la riprendevo e poi cucinava per il giorno seguente» «Mia moglie faceva l'ostetrica e spesso riceveva a casa - racconta Politi. Cessò il lavoro per 40 giorni e li arrangiammo nella stanzetta di nostro figlio Vladimiro».
Poi arrivò Assennato, un compagno avvocato di Bari, che aveva la madre greca e parlava la lingua. Era stato anche osservatore per conto dei Giuristi democratici al processo contro Manolis Glezos, l'eroe che durante l'occupazione tedesca, salendo da un passaggio antico, era arrivato fino in cima all'Acropoli per strappare la bandiera tedesca e issare quella greca. Poi perseguitato come tutti i comunisti. E finalmente si decide di farli partire.
Ad accompagnarli è Biagio Ghironi: ha fatto il militare in Grecia, ufficialmente la guerra contro di loro, oggi è un compagno e l'avventura bellica gli ha lasciato qualche parola di greco. Vanno in treno, ma la Federazione di Lecce gli compra delle macchinette fotografiche e delle collane per le due donne: perché sembrino turisti.
Qui la storia pugliese finisce. Comincia un'altra peregrinazione: a Roma, nascosti da compagni sulla via Tiburtina; poi a Milano, in periferia. Poi affidati a un contrabbandiere che dovrebbe portarli in Austria e invece li lascia in Svizzera. Impietosita, la pattuglia di gendarmi elvetici chee li incrocia, li riporta al di là della frontiera. Ma non sanno dove andare, non hanno - per ragioni di sicurezza - alcun indirizzo. Raggiunta Milano, senza altra alternativa, prendono un taxi e dicono: «Partito comunista». Nel '62 era un buon indirizzo anche per i tassisti. E infatti arrivano, stessa diffidenza, poi comprensione. Nuovi tentativi di passare la frontiera.
Dopo mesi arrivano in Ungheria. Invano i compagni greci già esuli che incontrano dicono loro di estare, che Budapest è meglio di Mosca. Loro insistono, vogliono andare in Unione Sovietica.
Dopo un po' vengono spediti a Taskent, Nico e Argyrò finalmente si sposano e mandano cartoline e foto agli amici pugliesi. Carte ingiallite che ora, mentre con Argirò e Lionnakis cerchiamo via della Cavallerizza, dove quarantacinque anni fa aveva sede la federazione del Pci - perché se la ricordano, persino il nome della strada, e vogliono rivederla - Donato Carbone si rigira nelle mani. E' stata una delle prove che avevamo ritrovato il filo della storia.
Non è stato facile. Argyrò a Creta mi aveva smozzicato il nome di Foscarini, ora morto, poi attinto dalla memoria, quello di Donato, di Carmela, di due bambine Sonia e Lori, di Gino di Biagio, di Oddone a Roma, di un certo Antonio a Milano.... Alla fine ce l'abbiamo fatta, perché ho subito pensato, quella sera, che dovevano tornare ad incontrarsi.
Nel libro di Argyrò e di Nico si racconta di come a Taskent scoprono che la patria del socialismo non è come quella che hanno sognato sulle montagne di Creta. E' un lungo percorso politico, che fa di loro dei dissidenti, oggi - tornati in Grecia dopo l'ulteriore sussulto fascista dei colonnelli - dei compagni maturi. Non rassegnati né pentiti né pessimisti. Argyrò all'incontro nella sala del teatro greco di Lecce con Niki e molta gente non spende una parola sul passato, se non pe rinraziare la Puglia: parla solo del futuro più bello, del comunismo internazionalista, per cui ci battiamo. Sembrerà retorico, ma abbiamo pianto.

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