LETTERE

Gli immigrati fanno paura, la Bossi-Fini la alimenta

l'intervento
ALBANESE LUCIANO,

Molti quotidiani hanno pubblicato con un certo rilievo un sondaggio da cui risulta che quasi un italiano su due (46%) ha paura degli immigrati. I motivi del timore, secondo lo stesso sondaggio, sarebbero che questi sono troppi, non lavorano, rubano, spacciano e compiono atti criminali, e soprattutto sono clandestini.
Questo sondaggio offre alcuni motivi di riflessione. Senza che gli intervistati ne siano coscienti, infatti, le loro risposte descrivono non solo il fenomeno, ma anche la sua causa principale. La maggior parte degli immigrati, si dice, sono clandestini, cioè non hanno un regolare permesso di soggiorno. Ma quello che non è chiaro nella mente di un italiano su due, evidentemente, è che gli immigrati, o la maggior parte di loro, non possono che essere clandestini, stante il fatto che grazie alla legge Bossi-Fini non è materialmente possibile regolarizzarli.
Teoricamente un extracomunitario potrebbero avere un permesso di soggiorno se fosse chiamato dal suo paese di origine da un datore di lavoro italiano. Questo può avvenire, concretamente, solo grazie ai cosiddetti «flussi migratori». Ma, a parte il fatto che i flussi vengono banditi una volta ogni morte di papa, le quote di lavoratori previste per ciascun paese extraeuropeo sono assolutamente ridicole, e riescono ad assorbire una parte inconsistente delle richieste di assunzione.
La prima conseguenza è che molti stranieri per non morire di fame nel proprio paese vengono qui senza che nessuno li abbia chiamati, o senza che la chiamata abbia sortito effetti, e oramai sono milioni quelli che vivono in Italia arrangiandosi. La seconda conseguenza è che nessuno di noi è in grado di mettere in regola un immigrato clandestino che vive da anni in Italia senza permesso di soggiorno, perché per avere un lavoro egli dovrebbe avere già un permesso di soggiorno. La legge Bossi-Fini non ti consente di offrirgli un lavoro regolare: egli può solo morire di fame o diventare un criminale.
I clandestini, quindi, sono destinati a rimanere tali, e la conseguenza sono esattamente i fenomeni che gli intervistati adducono a giustificazione delle loro paure: prostituzione, furto, spaccio di droga, ecc. Quello che un italiano su due dovrebbe avere chiaro in testa è che la legge Bossi-Fini alimenta la criminalità, ed è il principale fattore di insicurezza. Ma evidentemente ai partiti di destra faceva comodo avere qualche milione di irregolari in circolazione. Il tema della sicurezza, com'è noto, è l'anticamera di ogni fascismo, non a caso anche le SS si chiamavano «squadre di sicurezza».
Purtroppo però la sinistra, specie al livello locale, si mostra succube delle iniziative altrui, e cerca di cavalcare anche questa tigre. L'ultima trovata in ordine di tempo è multare i clienti delle prostitute, piazzare telecamere dove la prostituzione viene esercitata, fare ogni tanto qualche retata. Ma poiché la prostituzione viene ormai esercitata prevalentemente da stranieri clandestini, queste misure non avranno altro effetto che spingere queste persone - che certo non si prostituiscono per il loro piacere - ad esercitare attività peggiori, come spacciare o rubare.
Non occorre essere un genio per capire che la vera soluzione non sono le telecamere o le retate, squallida reviviscenza dei tempi di Scelba, ma regolarizzare e integrare, tanto più che queste persone faranno dei lavori che gli italiani non hanno più voglia di fare: badanti, camerieri, muratori, meccanici, idraulici, cuochi, uomini di fatica, raccoglitori di pomodori, sono ormai più stranieri che italiani. E tuttavia tutto lascia credere che questa soluzione, l'unica ragionevole, non sarà facilmente praticabile. Contro il progetto di legge Amato c'è già una levata di scudi della destra, ora ringalluzzita dal successo elettorale al Nord. Parallelamente la sinistra, dopo le paure suscitate dal successo del family day, sembra preda di nuove convulsioni, ed è difficile prevedere il suo comportamento futuro. Essa sembra ormai solo in grado di offrire «guanciali per la pigrizia del pensiero».
* professore associato Facoltà di Filosofia della Sapienza di Roma

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