VISIONI

Quel welfare a stelle e strisce

jack valenti
CASTELLINA LUCIANA,

In Italia Hollywood è ovviamente molto nota, giacchè vediamo una quantità di film prodotti dalle sue majors. Ma il nome dell'uomo che è stato a capo di quella gigantesca macchina produttiva per un'infinità di anni, Jack Valenti, presidente della Mpaa (Motion Picture Association of America), l'organismo che rappresenta i colossi del cinema statunitense, solo pochi, e neppure gli addetti ai lavori, lo conoscono. È morto alcuni giorni fa già molto anziano, e solo qualche giornale (il manifesto fra questi), ne ha dato notizia. Vorrei dirvi di più su questo personaggio, non solo perché per anni - quando ero presidente della Commissione cultura del Parlamento europeo - ho avuto con lui una costante (e burrascosa) interlocuzione, ma perché la sua storia è stata un pezzo molto significativo di quella del suo paese. E perché nonostante il contrasto che ci ha opposto, che sia morto mi dispiace: era un esponente dell'America fino infondo capitalista ma democratica, una tradizione di cui è rimasto poco. Quando, con l'avvento del governo Berlusconi, fui costretta ad abbandonare la presidenza di Italia Cinema, l'agenzia di promozione del cinema italiano all'estero di cui nel frattempo avevo ricevuto l'incarico, il vecchio democratico Jack mi scrisse una lettera di solidarietà. Pur sapendo bene che io ero di estrema sinistra.
Jack Valenti non era nato col cinema, veniva dalla politica, a lungo consigliere di Johnson, accanto a lui nel momento in cui, a Dallas, assassinato John Kennedy da meno di un'ora, al suo vice veniva conferito il comando del paese. Questo presidente per caso noi lo ricordiamo per gli orrori del Vietnam, ma gli va dato atto che fu anche l'artefice della «grande società», il primo e solo tentativo di introdurre anche negli Stati Uniti un sistema di welfare (oggi smantellato). Jack Valenti era di questo che alla Casa Bianca si occupò. Che il presidente della Mpaa venisse dalla politica non era una novità : tutti i suoi predecessori, sin dagli anni '20, venivano da quell'impegno, a sottolineare il grande interesse della Casa Bianca per l'industria cinematografica. Il primo della serie, Willy Hays, era stato responsabile della campagna elettorale del presidente Harding; Eric Johnston, inviato del presidente Wilson in Medio Oriente; Paul Nitze, successivamente, negoziatore a Ginevra con l'Urss su Pershing, cruise e SS20; Allan Dullas, capo della Cia; Frank McCarthy, addetto militare del generale Marshall e con lui nel gruppo che guidò l'omonimo Piano di aiuti postbellici all'Europa. Non a caso Hollywood veniva scherzosamente chiamata «Little State Department».
Nonostante la pretesa del mercato come solo regolatore anche nel campo della produzione di beni culturali, il governo statunitense ha sempre conferito al cinema un valore politico di primo piano: Roosevelt arrivò persino ad esentare Hollywood dalle severe leggi antitrust, convinto come era del ruolo che giocava, in particolare nel periodo prebellico e bellico. E a riprova dell'interesse della Casa Bianca va ricordato che nella prima missione che il dipartimento di stato invia in Europa nel 1946 per studiare la situazione politico-economica del continente, uno spazio di rilievo viene nella delegazione ai rappresentanti della Mpaa, incaricati di riferire lo stato dell'industria cinematografica europea (rapporto Harriman).
Lo stesso Berle, segretario di stato, aveva del resto inviato a tutte le appena reinstallate ambasciate americane in Europa una circolare («American Motion Picture in the post war world») chiedendo di fornire in merito la più completa informazione. Il Piano Marshall, del resto, condizionava i propri aiuti alla clausola che sanciva il libero accesso dei film americani nel paese.
In Francia, dove inizialmente il governo si oppose, manifestazioni di intellettuali e popolo si susseguirono per mesi, fino alla sofferta firma del compromesso Blum-Byrnes. Quando Jack Valenti mi diceva polemico che in Europa il cinema era sovvenzionato dallo stato mentre in America era totalmente affidato al mercato, gli ho sempre risposto che avrei barattato volentieri i quattro soldi del Fus con l'attenzione che le istituzioni politiche americane concedevano al loro cinema, una priorità per tutte le ambasciate in giro per il mondo. Faccia a faccia con l'Mpaa il Parlamento europeo è stato in particolare a metà degli anni '90 in occasione del negoziato Gats sui servizi audiovisivi. Noi rifiutavamo che il cinema fosse considerato una merce qualsiasi e dunque che la sua diffusione fosse affidata esclusivamente alla casualità del mercato, col risultato di annullare ogni diversità culturale.
«Liberalizzazione» della circolazione dei beni culturali può sembrare una bella espressione, in realtà può condurre, come è stato e tutt'ora è, all'occupazione di due terzi del mercato audiovisivo da parte delle grosse produzioni e all'annullamento di fatto di ogni pluralismo. Quella che abbiamo condotto (e che David Puttnam, produttore inglese con lunga pratica hollywoodiana, definì la «guerra non dichiarata fra Europa e Stati uniti»), non era del resto nuova: già dagli anni '20 le cinematografie delle due sponde dell'Atlantico si erano aspramente confrontate, soprattutto dopo l'avvento del sonoro che aveva spezzato le ali alla cinematografia europea che, stimolata dal gruppo guidato da Eric Pommer, storico capo della Efa berlinese durante la Repubblica di Weimar, aveva tentato di darsi una struttura unitaria per far fronte alla concorrenza americana: l'irrompere della parola aveva fatto scorprire al vecchio continente la fragilità che le deriva dalle sue mille lingue diverse.
Il duro carteggio che per anni è intercorso fra le capitali europee e la Mpaa riflette pienamente il conflitto attuale. Solo che negli anni '90 ha raggiunto toni asprissimi, con Mitterand che nel momento cruciale del negoziato Gats dichiara: «Una società che abbandona ad altri i propri mezzi di rappresentazione, vale a dire gli strumenti per autorappresentarsi, è una società asservita»; e Clinton che, a poche ore dalla firma dell'accordo che vede l'Unione Europea resistere sulle proprie posizioni, telefona personalmente, di notte, al primo ministro Balladour e ad Helmut Kohl, affinché recedano dal loro atteggiamento.
In tutti quegli anni con Jack Valenti siamo stati costretti a fronteggiarci in una infinità di dibattiti promossi in questa o quella capitale europea e, naturalmente, negli stessi Stati Uniti. Ma lo scontro andava ben al di là del problema posto dal negoziato in sede Gats, verteva su una questione più generale: per noi il cinema è cultura, per loro è industria dell'intrattenimento. «Tutto questo dibattito non ha nulla a che vedere con la cultura - diceva Jack - ma soltanto col duro business del danaro». A furia di litigare in giro per il mondo eravamo alla fine diventati amici. Rideva incuriosito quando gli dicevo che responsabile del comunismo italiano era in fondo Hollywood , visto che tanta parte del gruppo dirigente del Pci veniva dal Centro sperimentale di cinematografia e si era formata, per diretta testimonianza dei protagonisti, assai più sui film americani del New Deal che sui testi moscoviti.
Siciliano ormai solo di cognome, ma sempre legato alla Niaf (l'Associazione che riunisce gli italoamericani), mi aveva portato ad una di quelle incredibili cene dove, fra molte grossolanità (il sugo per la pasta fatta col ketchup, fra l'altro) e non solo, si scoprono le storie straordinarie di tanti nostri immigrati. Poiché io in quegli anni ero stata capolista nelle elezioni dell'isola mi aveva detto: alla prossima campagna elettorale vengo ad aiutarti. E poi, ironico, aveva soggiunto: «poi tu mi dici se ti sono più utile se parlo contro di te o a tuo favore».

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