POLITICA & SOCIETÀ

L'ultimo appello di un sequestrato

Eutanasia
WELBY PIERGIORGIO,

Signor Direttore,
ormai 77 giorni fa mi sono rivolto pubblicamente, personalmente, politicamente, al Presidente della Repubblica, quale supremo garante del rispetto della Costituzione, della legalità repubblicana; per ottenere finalmente l'esercizio del mio diritto naturale civile politico personale ad una mia morte naturale. Solo modo possibile per conquistare (anche in diritto) pace per questo mio corpo altrimenti sempre più straziato e torturato. Sequestratomi per una kafkiana imposizione etica dell'ordinamento e del potere burocratico, o anche a esso imposto. Dobbiamo tutti - credo - gratitudine per la qualità e l´importanza della sua risposta e delle sue esortazioni che hanno indubbiamente consentito il grave e grande dibattito che unisce, anziché dividere, coloro che vi partecipano, che non sono indifferenti.
Come già Luca Coscioni, a mio turno sono oggi oggetto di offese e insulti, di pensieri, parole, aggressioni alla mia identità ed alla mia immagine, quasi non bastassero quelle perpetrate al corpo che fu mio e che, invece, vorrei, per un attimo almeno, mi fosse reso come forma - qual è il corpo - necessaria del mio spirito, del mio pensiero, della mia vita, della mia morte; in una parola del mio «essere». Sono accusato, insomma, di «strumentalizzare» io stesso la mia condizione per muovere a compassione, per mendicare o estorcere in tal modo, slealmente, quel che proponiamo e perseguiamo con i miei compagni Radicali e della associazione Luca Coscioni, che ha ragione ormai antica e sempre più antropologicamente, culturalmente, politicamente forte; «dal corpo del malato al cuore della politica». O, ancora, non sarei, come già Luca Coscioni, che io stesso strumentalizzato dai «miei», così infamandoci come meri oggetti o come soggetti plagiati (o indemoniati, vero... signori?). Strumenti? Sono, invece, limpidi obiettivi ideali, umani, civili, politici. Dalla mia prigione infame, da questo corpo che - per etica, s'intende - mi sequestrano, mi tornano alla memoria le lettere inviate alla... «politica» da un suo illustre, altro «prigioniero»: Aldo Moro. Pagine nobili e tragiche contro gli uomini di un potere che aveva deciso di condannarlo (anche lui per etica, naturalmente) a morte certa, anche lui ad una forma di tortura di Stato, feroce ed ottusa. Quelle pagine non potrei farle mie. Anche perché furono perfette, e lo restano. Un pensiero, ancora, un interrogativo, un dubbio: dove sono mai finiti per tanti «credenti» Corpo mistico e Comunione dei Santi? Comunque addio, signori che fate della tortura infinita il mezzo, lo strumento obbligato di realizzazione o di difesa dei vostri valori! Chi siano (e in che modo) i morti o i vivi che rimarranno tali quando saremo tutti passati, non sappiamo, né noi né voi. Io auguro a voi ogni bene. Spero davvero (ma temo fortemente che così non sia) che questo augurio vi raggiunga, si realizzi, perché questo «voi» oggi manca anche a me, anche a noi altri. Per finire, grazie signor direttore per la sua tollerante attenzione. A questo mio estremo, ultimo tentativo di trasmettere parola. Grazie sincero.
Ps: Chiedo - ringraziandoli fraternamente - alle oltre 700 mie compagne e compagni, antiche e nuovi, che sono in sciopero della fame, alcuni al sedicesimo giorno, di sospendere questa loro forma di lotta, che ha contribuito in modo determinante al radicamento di un nuovo grande momento di dialogo e di conoscenza a tutto il Paese.

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