CULTURA

Salcedo, quei mobili muti al Rivoli

DI GENOVA ARIANNA,ITALIA/RIVOLI

Si chiama Abyss ma in realtà è un'architettura che grava su un'altra, una sedimentazione che cementifica finestre, fessure e fa piombare più in basso le ariose pareti. L'abisso a cui si riferisce il titolo della sorprendente installazione è percettivo, una vertigine che coglie il visitatore trovatosi a entrare in una stanza dove la cupola scende verso terra, anzi, sfida le leggi di gravità tenendosi in equilibrio precario. È così che Doris Salcedo, artista colombiana (classe 1958) ha interpretato il Castello di Rivoli, «murando» dentro i suoi spazi gli spettatori attoniti. Mattoncino dopo mattoncino, ha ricoperto lungo il perimetro la precedente forma e ha dimezzato luce e aria. Il risultato è una specie di panic room, un bunker inabitabile che cancella la neutralità del luogo e spiazza lo sguardo, abbattendo le precedenti coordinate visive. Poco oltre, si finisce in una casa arredata con mobili antichi, accatastati, «deformati» da qualche oscura vicenda che solo possiamo intuire. Sono chiusi, sbarrati nel loro accesso interno: armadi, sedie inagibili, cassettoni dove s'indovina, fra il cemento al posto delle vetrine o dei cassetti, lo svolgersi di una lontana vita quotidiana. Affiora qua e là il disegno di un merletto, qualche scampolo di stoffa. Tutto è investito da una «cenere» lavica che seppellisce e insieme, miracolosamente, conserva. Doris Salcedo è solita utilizzare pezzi d'arredo nelle sue installazioni. Una piramide di sedie accatastate che chiudevano un vicolo era la firma che siglava la sua partecipazione alla Biennale di Istanbul. Il corpo umano è sempre assente nelle sue opere. Non c'è perché spesso è un soggetto-martire e quel vuoto di «fisicità» è un'accusa rivolta a chi perpetra la violenza nel suo paese e a chi la esporta nel mondo intero.

I mobili abbandonati o calcificati sono la testimonianza muta di chi un tempo è esistito ma poi è stato separato a forza dalle sue cose, dai luoghi d'appartenenza, dai suoi momenti domestici. Chi ha amato, ha vissuto, sofferto non è più presente fra quei muri che l'hanno ospitato. La «sparizione» è una pratica corrente in Colombia dove decine di migliaia di persone sono state rapite, torturate e uccise: se l'armadio è rimasto immobile nel cemento, è probabile che lì sia accaduto qualcosa di terribile. Nel 1997, l'artista aveva presentato in mostra una tunica di orfana: la scultura era nata dall'incontro con una bambina che era stata testimone dell'assassinio dei suoi genitori e indossava quell'abitino perché glielo aveva cucito sua madre, rappresentava l'ultimo legame affettivo con la sua storia. Dopo, solo il vuoto.

Nel percorso della Triennale torinese, la personale dedicata a Doris Salcedo (in corso fino al 19 marzo) infrange l'universo onnivoro e divoratore di Pantagruel: è una pausa di silenzio nel roboante eccesso di tutto, una negazione estrema.

Supporta il manifesto e l'informazione indipendente

Il manifesto, nato come rivista nel 1969, è sinonimo di testata libera, indipendente e tagliente.
Logo archivio storico del manifesto
L'archivio storico del manifesto è un progetto del manifesto pubblicato gratis su Internet e aperto a tutti.
Vai al manifesto.it