CULTURA

Un tuffo nel mare di Pino Pascali

DI GENOVA ARIANNA,ITALIA/ROMA

Una passeggiata romana alla Galleria nazionale di arte moderna, dopo molto tempo di silenzi e di deviazioni apposite dalle sale del museo, causa mancanza di interesse, corre invece il rischio di essere assai gradita. E al risveglio autunnale della Gnam concorrono questa volta diverse mostre e percorsi interni risistemati e allestiti con gusto e un raffinato senso di composizione. Uno per tutti, quel sotterraneo che lascia passare i visitatori fra i mille esperimenti dell'arte programmata - le ambiguità percettive elette a poetica visiva - per concludersi in mezzo alle partiture musicali «rivisitate» da Giuseppe Chiari negli anni di Fluxus (mostra temporanea), o variando l'itinerario e uscendo sul cortile nord-ovest, sul pavimento permanente costruito da Joseph Kosuth in omaggio a Giordano Bruno. Ma prima di inoltrarsi lungo le viscere underground dell'edificio, conviene fare una sosta nel salone centrale della galleria: «occupato» dal bricoleur dell'immaginario Pino Pascali, mette in scena una mostra molto suggestiva (fino al 27 novembre, a cura di Livia Velani) che celebra un virtuale settantesimo compleanno dell'artista (morto in realtà nel 1968, investito da una automobile mentre correva col suo motorino sul Muro Torto di Roma) facendo leva sulla ricca collezione della galleria formatasi grazie alla donazione dei genitori di Pascali e alla lungimiranza di una sovrintendente come Palma Bucarelli.

Il grande mare di 32 mq con le sue «acque dormienti» (alla Biennale giovani di Parigi del 1967 c'era un cartello che recitava: «è vietato immergervi i piedi») apre il sentiero del parco a tema mentre poco più in là, si può zigzagare oltre le rive del Fiume con foce tripla per poi perdersi fra le vertebre gigantesche di un candido dinosauro. Quell'animale preistorico venne acquistato dalla Gnam per settecentomila lire il 30 dicembre del 1967, a chiusura di bilancio delle attività. Diversi anni dopo, a Londra, uno dei cannoni semoventi di Pascali - macchine inutilizzabili perché realizzate con materiali di scarto - con cui l'artista pugliese si divertiva a giocare al soldato che si schiera contro la guerra, viene battuto all'asta per 2,25 milioni di euro. I tempi sono evidentemente cambiati. E quel giovane inventore di mondi paralleli, scomparso troppo in fretta, che affondava le mani nelle antiche mitologie mediterranee e conficcava pezzi di oceano blu-azzurro dentro le stanze dei musei, è diventato una star anche all'estero. Ma lui ormai non c'è più: nel marzo del 1968, invitato alla Biennale (quella della contestazione), Pascali confessava in una lettera di non avere neppure i soldi per andare a montare i pezzi a Venezia.

Sono passati quasi quarant'anni da allora e la sua capacità comunicativa non ha perso nulla del suo fascino. Piace quel «ricreare» le cose che popolano il quotidiano mescolandole ai sogni primigeni (balene, bachi «da setola», botole, campi arati, liane) e soprattutto nel proporle fuori misura, come fossero apparizioni, dettagli di pensieri ancestrali che tornano a galla, «bucando» l'oggettività della cronaca. Così le labbra rosse o il torso femminile che si protende verso lo spettatore trasgrediscono la realtà per entrare nel dominio del fantastico: sono enormemente pop, icone di un desiderio, corpi artificiali che evocano gli universi ludici dei bambini. Pascali non ha mai smesso di rapportarsi al mondo attraverso flussi di pensiero magico. Lo ha fatto in modo animista, concedendo ai suoi sogni la parvenza di sculture-totem, affidando agli animali che popolano i giochi dell'infanzia un valore catartico, semiserio e mediatico ante-litteram. Usava materiali poveri come la paglia, il legno, l'acqua, la terra eppure era un ragazzo profondamente tecnologico: fu tra i primi a «entrare» nella televisione, era il 1963, con i suoi spot indimenticabili, i Caroselli e le sue scenografie, senza porsi falsi problemi su ciò che è lecito in arte e ciò che non lo è. Pulcinella è concreto quanto un attrezzo agricolo o l'arco di Ulisse.

La domanda di Pascali era piuttosto di altro segno: cosa accade se Tarzan esce di scena e nella giungla, con le sue liane penzolanti, si affacciano i nuovi inquilini di uno zoo a metà fra il naturale e il metropolitano? Il gusto per lo scherzo, per la deviazione di senso, per l'avventura intellettuale erano le fonti primarie dell'artista di Polignano, così come a nutrire il suo «pianeta animalesco» venivano in soccorso le sculture medievali delle chiese pugliesi. «Mi piacciono gli animali - diceva - ma non significa che voglio rifarli. Sono un soggetto, un'immagine, un contorno già pronto....».

Dopo la debita immersione nel teatro pascaliano, si può uscire da quello scrigno di memorie e «balocchi» e camminare ancora oltre, fino a trovare i personaggi fiabeschi di un'altra artista, maga della matita (la mostra è a cura di Maura Picciau). Lei si chiama Lisa Ponti, è nata a Milano nel 1922, è una figlia d'arte (Giò Ponti era suo padre) e per anni si è dedicata alla critica, dirigendo riviste del calibro di Domus. Oggi invece si dà al disegno, sua passione di sempre. E lo fa con leggerezza e ironia, cucendo insieme brani di collage (un bestiario il suo che si affaccia tra deserti, continenti, cieli nuvolosi) e dipingendo con l'acquerello filiformi putti, fantasmi, pinocchi, coniglietti grigi e vivacissimi. Le stagioni della vita incontrano inaspettati compagni di strada: possono essere mucche salterine o cagnolini sperduti ma nel mondo di Lisa Ponti esistono anche bambine-aquilone capaci di cavalcare la luna.

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