VISIONI

Sul pianeta Elza Soares

IN CONCERTO
LORRAI MARCELLO,MILANO

La carriera e la leggenda cominciano nello stesso momento. Quando a Rio una mulatta adolescente, graziosa ma assolutamente male in arnese, con un vestito in prestito troppo abbondante, si presenta nello studio di un programma radiofonico per un concorso. Il pubblico scoppia a ridere, c'è chi lancia apprezzamenti razzisti. Ary Barroso, il conduttore, la accoglie con un: «ma da che pianeta arrivi, figlia mia?». Un'altra scapperebbe piangendo. Lei è piccola, in tutto un metro e 57 di statura, ma è la sua occasione, e ne ha viste già troppe per lasciarsi intimidire. «Dal pianeta fame», risponde. Poi comincia a cantare e vince il premio. Quando dice «fame», sa esattamente di cosa sta parlando. È nata nella favela di Agua Santa, ha rubato galline e fatto i servizi da una famiglia, a dieci anni è stata stuprata, a tredici ha sposato l'uomo che l'aveva violentata, tre figli le sono morti di stenti e di tubercolosi. Da quel concorso sono passati più o meno cinquant'anni, Elza Soares è sul palco di Latinoamericando: fisico sinuoso, da ragazzina tutto pepe. Si sarà aiutata con la plastica, certo, ma comunque invidiabile per i suoi sessantotto anni: nata nel 1937, dicono diverse fonti, Ruy Castro, in Estrela solitária, accurata biografia di Garrincha, addirittura nel `30, il che sembra francamente inverosimile. In mezzo c'è stato l'incontro, nel `61, fra la ormai stella del samba e la «stella solitaria», il calciatore amato dai brasiliani forse più ancora di Pelè, che per questa dama lascia la moglie, suscitando la riprovazione del Brasile conservatore e bacchettone di allora che avrebbe preferito un ipocrita doppio binario; diciassette anni di passione, l'alcolismo di Garrincha, quattro anni in Italia, fra la Roma della dolce vita al tramonto e Milano, la separazione da Mané (che muore nell'83), della cui deriva molti in Brasile la considerano corresponsabile. Poi dolorose prove personali (la morte nell'86 di Garrinchinha, il figlio avuto dal calciatore), dieci anni via dal Brasile e il declino artistico. Ma non è finita. Con un colpo di reni, negli anni 90 Elza torna sulla cresta dell'onda. Tra voce roca e lifting facciale diventa l'idolo di gay e trans. Escono le ristampe in cd dei suoi album anni 60 e 70. Nel 2002 un disco (nel titolo c'è il cocige, quell'osso che sta nel punto di divaricazione delle natiche) completamente al passo coi tempi, a cui collabora Carlinhos Brown, con brani di Carlinhos, Chico Buarque, Caetano.

In scena si fa precedere dai musicisti, poi dalla voce, che all'inizio rimane fuori campo: quando entra anche lei, pantaloni aderenti, un gran cespuglio di acconciatura afro, ancheggiamenti e movimenti di gambe da consumata ballerina di samba, e la sua voce straordinaria, non è difficile immedesimarsi in Garrincha. La formazione, tastiere e fisarmonica, chitarra acustica, sax e flauto, basso, batteria, è quello che ci vuole: la sua produzione sambista, le sue incisioni storiche, hanno spesso il limite di comprimere Elza Soares in una confezione troppo piena, che incanala troppo le sue prestazioni, mentre per apprezzare come meritano il suo temperamento, i suoi ruggiti mozzafiato, occorrono contesti meno carichi, che lascino spazio, respiro per dispiegarsi più liberamente a una vocalità unica, come consente un organico stringato come questo. Si alternano samba, tango (Elza ha avuto anche un periodo argentino), funk, bossa, samba-rock (impressionante la sua erre moscia quando dice «rock»), ballad, scioglilingua rap, che accompagna con naturalezza con una gestualità hip hop. Gli aspetti più profondi, viscerali, sensuali della sua vocalità non hanno perso niente del loro fascino: canta ancora benissimo, con grinta, senso del ritmo, di qualsiasi ritmo, uno slancio plebeo, uno stile certo più di sciabola che di fioretto. A un certo punto salta fuori a duettare con lei un giovane rapper: chissà quanti nel pubblico sanno che è il marito, ventiquattro anni: si sono sposati quando lui ne aveva venti, lei sessantaquattro. Il suo ultimo album si intitola Vivo feliz. È uscito come produzione indipendente, e in Brasile è stato venduto nelle edicole. Se potesse tornare indietro, le chiediamo alla fine dello show, farebbe qualcosa di diverso? «No, anche perché altro non conosco». Intuisce che c'è in agguato un'altra di quelle immancabili domande che coinvolgono il passato, e la blocca sul nascere: «no, di calcio non parlo». Progetti? «Non penso al dopo. Il futuro è festa, allegria». Poi conclude in inglese: «My name is Now».

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